LITHIUM

di scittilla

texture quilted batting sand colorGirava droghina strana quella volta. Lo Stecco me l’aveva detto che c’era la possibilità di restarci secco. Ovviamente avevamo riso tutti alla sua battuta. Ma mentre saliva la botta lo guardavamo, ebeti, come se sul suo corpo fosse scritta una profezia.

Lo Stecco si chiamava Gianpaolo ma nessuno se lo ricordava più e faceva ridere anche questo. Aveva un’acne craterica come quella di Bukowsky e non s’era mai curato. O meglio. S’era curato a speed e anfetamina.

Dice che non é roba indicata per pelli sensibili.

E lui aveva una pellaccia dura e sensibile come Fonzie di Happy Days.

Sunday Monday ti fai everyday,

Sunday Monday ti fai everyday.

E non te ne fotte un cazzo di niente.

– Non è vero che non te ne fotte un cazzo di niente. Senti meglio. Senti tutto. É proprio perché senti troppo che a una certa devi abbassare il livello dello scontro neuronico.

– Ma che cazzo dici?

– Sul serio, è come dare zuccherini ai cavalli o alle mucche, hai mai provato?

Lo Stecco era nato in campagna. Me n’ero accorto una volta che ci aveva portato a un altro bel ritrovo Hoffman Style Goa Party e ci eravamo fatti l’impossibile. Dopo circa venti ore senza che il diaframma toccasse respiro da sonno ci venne fame. E lo Stecco trovò un albero di sambuco. Ci disponemmo sotto i rami contorti e piangenti di quell’albero. I grappoli pendevano come capelli di donne afro e ci lasciammo calare i frutti direttamente in bocca perché nel frattempo – non so come – c’era venuta la paranoia che eravamo stati venti ore senza lavarci le mani e non potevamo toccare cibo che avremmo poi messo in bocca. Qualcuno ci aveva appena detto che Remo s’era ammalato d’epatite A per colpa delle mani sporche. Ci era presa male. Un personaggio biblico almeno quanto lo Stecco, Remo che in una situazione del genere sarebbe salito sull’albero di sambuco a gridare una della sue poesie.

Teste di luna,

piangete

ancora tutte queste stelle?

Non sappiamo che farcene – riprendetevele – perché non le possiamo toccare.

Siamo caduti.

Il cielo non ci riguarda.

Fateci stelle da tenere sul palmo della mano.

Vogliamo soldi di stelle.

La testa in alto non la piega più nessuno.

Bastardo creatore.

Non mi ricordo se era proprio così. Sicuramente no. Quello che mi ricordo per certo era che lo Stecco veniva dalla campagna perché riconosceva il sambuco e che Remo s’ammalò di epatite A e lo assunsero al desk di un albergo popolare. C’era una legge che faceva assumere per direttissima quelli che avevano alcune disabilità o malattie e Remo ci rientrò. Chiuse i suoi zibaldini e si mise le camicie a quadri abbottonate fino al collo.

Quella del sambuco fu l’ultima sciabolata di zampe a un Makesomefuckinnoise.

Io mi sentivo il cuore ai rave.

Mi amavo.

Mi rispettavo.

Così, all’improvviso.

Sapevo stare dentro quella gente senza perdermi. Come se mi ritrovassi la casa addosso e dentro, qualunque cosa accadesse di me. La casa con me dentro che distruggevo sistematicamente tutto il resto del tempo ma lì no. Sapevo perfino chi ero. E me ne curavo senza alcuna superbia. Proprio la superbia era ciò che in quel perimetro d’esistenza non poteva aggiungersi.

Non aveva motivo, né forza.

A un rave non c’era superbia perché t’impegnavi a restare con te stesso. E con te stesso non sei superbo mai. Tranne quando fai il cutter e decidi che devi sentire dolore per forza, che ti devi ergere sopra tutto il dolore del mondo, che lo devi controllare come controlli il sangue che esce a fiotti e poi lo fermi.

Apri la porta di te, quella analogica intendo, e credi che da lì arrivi dentro.

Dentro di te.

Insomma per non farla tanto lunga quella volta eravamo solo io e lo Stecco e lo Stecco mi aveva lasciato già da qualche ora.

Forse.

Non lo so quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo avevo visto. Mi aveva dato una stellina e io avevo pensato a Remo, al sambuco, al sangue e ora mi ritrovavo mezzo tornato sotto cassa.

Era tempo di tornare.

Il Nostos era la parte più delicata.

Potevi giocarti dei giorni imparanoiati se non tornavi bene.

Per bene.

E allora mi concentrai e controllai dove fosse la zona divani.

Mi misi a camminare. Non camminavo da un giorno almeno.

Ballare era il contrario di camminare.

Abbattevi la direzione ma non il movimento. Era bello. Restavi sul posto per ore e ore e tutto si modificava dentro. Senza aprire le porte per dare sbirciatine. Lo sentivi il dentro. Avevo aperto le porte varie volte. Alcune ragazze mi suonavano le ferite rimarginate. Non lo avevo fatto apposta ma era venuta una bella tastiera nel dentro dell’avanbraccio sinistro. E loro ogni tanto me la suonavano. E ognuna si sentiva la prima ad averci pensato. Come se a nessuna potesse mai essere venuto in mente. Tutte credevano di suonarmi le cicatrici a pianoforte per la prima volta.

Eravamo superbi, questo era certo.

Ne avevo prove continue.

Noi maschi lo eravamo fin dalla lingua. Non c’era bisogno di essere femministi per capire che quella roba era una merda. Che non lo volevo il potere che mi avevano dato. Ma era comodo. E ci stavo dentro come tutti quanti. Senza curarmi di loro. Di quelle che la lingua non doveva specificarle per farle esistere, le comprendeva in automatico. Come possesso maschile. Dalla notte dei tempi ma.

Ma non erano cazzi miei.

A me piaceva farmi di Franchcore.

Uno dice le droghe. Ma mica così tanto. Non sono più un ragazzino, certa roba non la reggo più. Lo Stecco invece no. Ci va dritto. Lui le porte sembra non avercele per niente. È tutto fuori. La carne l’ha sputata fuori dai pori seminandola nel mondo sottoforma di grassi sorrisi e pustole di acne.

Per me lo Stecco era bello. Poi fate voi.

Era lui che mi aveva insegnato a tornare. Dava moltissima importanza al Nostos. Entrava in modalità pater familias ed era capace di portarti a mangiare l’orata se gli dicevi che ti serviva a tornare. Aveva un cuore enorme, a dispetto del titolo e dell’aria bulla che gli serviva a non invecchiare. Come Fonzie, l’ho già detto.

Una settimana fa, quando è morto Kurt Cobain è venuto a casa mia alle tre del pomeriggio – che è malsano già così – e si è accartocciato su se stesso appena siamo andati a fare una passeggiata – in casa non lo potevo far entrare perché a mia madre mancano gli strumenti per capire quanto lo Stecco non sia affatto un drogato qualunque ma una persona a modo e tenera come nessuna. Con la mascella che toccava le ginocchia e le ginocchia che piano piano si flettevano sull’asfalto sbattendoci con un sordo suono di coccio, la schiena dello Stecco iniziò a scecherarsi in convulsioni di pianto. Non li ascoltava mai i Nirvana perché diceva che era roba troppo raffinata, che poi si commuoveva come la gente comune si commuove per, che ne so, Eric Satie o roba così. Lo Stecco sentiva l’ardore filato di Kurt e Quello è uno che non è voluto tornare, diceva quel giorno. E io lo sapevo e quando c’è uno che non vuole tornare non ci sono cazzi. Se non diventava famoso campava qualche anno in più ma comunque non sarebbe arrivato alle fine.

Io non avevo una teoria su Kurt Cobain. Anche se ce l’avevano tutti. Pensavo che i Nirvana erano forti ma superbi come tutti quanti. S’erano chiamati come lo stadio più elevato del buddismo, no? O uno dei. L’estinzione del desiderio. Insomma, se non era superbo questo.

Però quello che voglio dire è che lo Stecco aveva sofferto per la morte di Kurt Cobain come se fossi stato io. Forse perfino di più. Che cos’è sta roba che si soffriva per uno che non avevi mai visto?

Io non ci credevo.

Sono stronzo, non ci credo alle cose.

Il cuore me lo sento solo ai rave.

Fuori, nella vita normale di tutti i giorni la gente si fa i cazzi suoi. Tutti entrano in questa modalità di attenzione all’altro solo perché non gli mangi la frittata che s’è appena messo nel piatto.

Ai rave questa roba non c’è.

Di lì a poco mi sarei reso conto che se durava massimo tre giorni – un rave – un motivo c’era.

E cioè che tutta quella roba non resisteva di più.

Magari la sentivo solo io.

E comunque non durava.

Lo Stecco stava ai piedi di una ragazza distesa sul divano con la gambe divaricate che mi sembrò subito particolarmente brutta e piena di fascino. Lo Stecco aveva la testa appoggiata tra le gambe di lei. Sembrava volesse tornarci dentro. E lei l’accoglieva respingendolo alla vita.

Ci misi un po’ a decidermi di avvicinarmi a quella furente Pietà di carne e vestiti sudati quando qualcuno gridò che c’era un leone.

Qualcuno aveva visto un leone aggirarsi nei paraggi.

Ha girato roba davvero strana, senti qua.

No, no. Dicevano.

Accanto allo spiazzo dove si stava concludendo il fatto c’era un Safari con delle gabbie per la notte controllate elettronicamente. Qualcosa non aveva funzionato. O qualche deficiente strafatto aveva scassinato un pannello di controllo e si era messo a giocare con tasti e levette.

Io la odio sta cosa delle droghine nuove, pensai.

A un certo punto iniziarono a correre.

Una ventina di persone prese il volo nel polverone blu delle cinque e mezzo del mattino mentre una criniera marrone chiaro saettava tra i tronchi d’albero al loro fianco. La cosa d’animale più veloce che avessi mai visto in vita mia.Iniziai a correre anch’io. Fortissimo. Scavalcai la rete metallica. Mi strappai i pantaloni su un fianco. Non avevo fiato. Mi fermai un istante per respirare reggendo le mani sulle ginocchia. Quando alzai gli occhi di fronte a me c’era uno spiazzo di sabbia con un capannone col tetto di paglia. Sulla porta stava un’anziana signora nera con un fazzoletto multicolori in testa e un grosso bastone in una mano. Mi piantò degli occhi piccoli e appuntiti in faccia. Pareva potesse uccidermi se solo lo volesse. Ebbi paura. Non potevo tornare indietro. Arrivò un grido di dolore che mi fece correre veloce verso di lei. La donna fece un passo indietro.

– C’è, c’è c’è un leone – le dissi.

La donna guardò sopra la mia testa e poi tornò a guardarmi piena di diffidenza.

– Senta lo so che sembra una cosa dell’altro mondo…

Però mentre glielo dicevo mi sentivo io quello dell’altro mondo. La sabbia sotto i miei piedi, il capanno col tetto di paglia, il cielo che si faceva viola dietro alberi che non avevo mai visto, coi tronchi che parevano disegnati a china e i rami che si aprivano all’improvviso come bonsai giganteschi.

La donna mi indicò una vasca di quelle dove si abbeverano gli animali, lì di fianco a lei. Era piena di bucce secche di frutti che erano stati qualcosa un tempo. Non so come ma capii di dovermici distendere. Il leone sarebbe arrivato di certo. La donna mi aveva creduto per fortuna. Mi calai nelle bucce secche. La sentii ricoprirmi per bene lì sotto quando all’improvviso un tonfo rabbioso e uno schizzo di carne e sangue mi arrivò sulla mano che non avevo fatto in tempo a nascondere nelle bucce e questo mi fece quasi svenire.

Il leone era lì.

Lo sentivo ma non potevo vederlo.

E lui non poteva vedere me.

Aveva ucciso la donna.

Perché aveva protetto me e non se stessa? Piansi e bagnai le bucce intorno agli occhi.

Adesso sarebbe toccato a me.

Impossibile che un leone non sentisse il mio odore. Mi dicevo. O forse col fatto che stava in un safari era abituato agli esseri umani e non lo riconosceva più?

Non si sentiva più niente. Dovevo uscire da lì. Scoprire il corpo straziato della donna. Abituarmi a quella vista. Chiamare qualcuno. Cercare di salvarla. Dove lo trovavo un telefono in quel posto? Alzai la testa e le bucce mi rotolarono addosso. La donna era sulla porta come l’avevo trovata. Guardava lontano. Il suo bastone era sporco di sangue e carne. Ma il corpo del leone non c’era. Se n’era andato a morire lontano. Se fosse stato ferito solo un poco avrebbe azzannato la donna e se fosse morto sul corpo l’avrei visto lì a terra. Dov’era? Glielo chiesi ma capii chiaramente che nulla di quello che dicevo poteva esserle comprensibile. Allora mi alzai. Lei guardava lontano. Stringeva ancora tra le mani il bastone sporco di sangue e carne. Dovevo cercare lo Stecco, il mio unico amico. Assicurarmi che non gli fosse successo niente. Tornai indietro verso la rete metallica. La saltai e corsi a perdifiato. Il fianco mi doleva. Era la milza, come a scuola, quando avevo l’ora di ginnastica subito dopo l’intervallo. Tornai al campo circondato di batik tardoni che non avevo notato fino a quel momento. Ragazzi e ragazze coperti di polvere continuavano il goa. Ma la luce del sole del terzo giorno li faceva sembrare vecchi, pupazzi scoloriti di una soffitta dimenticata che avevano toccato lo splendore delle stelle mentre Remo con la sua epatite non ci credeva più.

Davanti al bungalov di legno aperto sui tre lati, quello dove c’erano i divani, vidi lo Stecco. Fumava una sigaretta e aveva una tazza fumante in una mano. Il cappuccio della felpa calato sugli occhi, ma era lui. L’avrei riconosciuto ovunque.

– Ma dove cazzo è andato?

– Chi?

– Il leone.

Lo Stecco mi diede la sua tazza fumante e mi fece una carezza in testa come se avessi sei anni.

– Il leone – ripeté.

Abbassò lo sguardo sorridendo pronto a coglionarmi e lo vidi impallidire. Mi sollevò veloce la maglietta e guardò spaventato qualcosa lì, all’altezza del fianco.

Un enorme buca si era aperta nella mia pancia. Grondava sangue e ti ci potevi calare dentro come il coniglio bianco.

Iniziai a tremare e poi il buio. Nel tragitto in ambulanza lo Stecco mi accarezzava i capelli e piangeva tutte le sue lacrime come una settimana prima per Kurt Cobain.

Fu allora che decisi di non morire più.

E anche lui.

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