IL VOLTO

di scittilla

Si voltò.

Accadeva così.  Ebbi paura dell’accento passato sul suo volto. Mi spingeva ad amarla. Tutta. Tutta la carne che c’era da amare era attaccata alle sua ossa. I capelli le erano cresciuti di almeno un centimetro da quando l’avevo incontrata. Sarei rimasta abbastanza da vederli scorrere e tirarsi e bagnarsi e asciugarsi e tagliarsi di nuovo? Riuscivo a guardarla per qualche secondo, assicurandomi che lei non mi vedesse. Non c’era niente da vedere. Se non mi aveva vista, non mi avrebbe certo vista ora.

Quando era davanti a me riuscivo sempre a spostarmi. Non dovevo farlo proprio nella realtà. Era come dissezionarla, la realtà, evitando di pensare a parole. Me ne andavo. Restavo davanti a lei e mi assentavo. Rispondevo, ballavo, cantavo, ridevo. Ma era un involucro ammaestrato. Stavo altrove. Dove non poteva vedermi.

Perché se mi vedeva cento volte, mille volte, non mi avrebbe voluta con sé.

Non reggevo la realtà.

Funzionavo solo scritta.

Gliel’avevo detto una volta – chissà se lo ricordava – che funzionavo solo scritta. Gli occhi diventavano bottoni. Si schiacciavano contro il mondo e sapevi le cose. I sensi facevano l’etichetta alle cose. Non toccavi. Non andavi da nessuna parte. Non c’era alcun odore. Il suo odore era come il primo odore del mondo. Carne squarciata per far passare la vita. Pelle sottile d’ali d’insetto, esile copertura di visceri senza colpa.

Non mi voleva. Me l’aveva detto. Non mi voleva. Il che era la cosa più certa che conoscevo dopo lo squarcio. Per questo quando si voltava desideravo sparire. E invece no, scivolalo con violenza contro il muro del suono della sua voce che era come fatta di minuscole mani che prendevano il mio volto e mi costringevano a stare dentro al suo.

Odiava i supereroi perché era lei il supereroe. E come tutti i supereroi non lo sapeva. Almeno non lo sapeva in quell’istante lì, mentre si voltava verso di me e quello che c’era dietro le sue ciglia filate erano pupille nere e dure come proiettili.

Dentro un volto così

c’era tutta la fragilità dell’universo.

E mi struggeva.

Gli occhi s’infrangono, diventano cocci, tagliano senza volerlo, erano altro prima, facevano un intero che conteneva e si usava alla vita. Un tempo avevo un volto. Poi ha straripato e da allora ho mancato di costruire gli argini. Ho tolto direttamente il fiume. Le vene. I volti degli altri. Ho tolto i volti. Non ti posso sentire perché non ti so contenere.

Torno indietro.

La scrittura s’avvolge come nastro di musicassetta d’immondizia. C’era una volta il mangianastri. La riproduzione analogica. Dovevi toccarlo il suono per sentirlo. Sfilava sotto le mani quando non avevi batteria nel walkman e pur di riascoltare ancora quella canzone prendevi una biro, ci toglievi il tappo e andavi di svita avvita con le mani.

Non lo so perché non riesco a guardarti. Ecco perché ne scrivo. Perché non lo so. Non so le cose che scrivo, me le invento. Scrivo per non sentire. Perché non lo so contenere, quello che sento. Se sento e tu non senti, se ti volti ed è il mio volto che vedi, di colpo io non ho più volto. C’è solo il tuo.

Sono io che ti tengo fuori, metto in funzione la macchina da corteggiamento coatto. Strimpello la tua bellezza al mondo perché così mi starai sufficientemente lontana da non vederti voltare. Perché è lì che s’inceppa. Turbina quando sei dall’altra parte della città e ci sostiene uno schermo, e le parole mi scoppiano le dita come fuochi d’artificio. Ma quando ti volti la macchina s’ammorta e le mie mani si fanno senza requie – striscerebbero sotto quel maglione che non togli da giorni.

Non saper guardare un volto vuol dire non saper stare lì a desiderare fino infondo. Non sentire. Scrivere di un volto significa non amarlo. E la vera tragedia è aver paura quando ti volti perché è lì che scaccio a pugni la vita stessa.

Questo so oggi.

In quel nanosecondo infinitesimale in cui ti guardo mentre mi guardi la moviola registra l’apprendimento neuronale – a specchio – del sentire altrui.

Mi imito dentro di te e muovo in angolo luce

questo mio volto che ha squarciato la carne e ancora chiede scusa. 

Eppure lo so.

Non c’è che il chiaro niente dell’animale che persegue chi è senza sapere di conoscere già tutto quello che gli serve.

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