L’INVINCIBILE ESERCITO DELLE PAROLE COLTELLE

di scittilla

Uno scossone le fece cadere giù.

S’era sentito un tonfo quando la goccia aveva toccato terra. L’avevano sentito gli altri?

Si guardò intorno.

Stretti contro il suo corpo una decina di altri esseri umani. Pezzi di carne prensile attaccata al giallo delle sbarre del tram.

Quella mattina non li guardava. Sentiva soltanto l’odore del loro fiato. Era fetido, ma non le faceva schifo. Il capitalismo faceva schifo. E quel fiato era il risultato del capitalismo.

Intestini nutriti di grassi saturi, denti distrutti, bacati, sui quali un medico della mutua si era affacciato con rassegnata impotenza, ulcere covate e sanguinanti, alitosi da epatiti mai scoperte, bronchiti croniche, tonsilliti combattute a botte d’aspirina, sinusiti mai curate. L’odore della bocca degli ospiti convenuti sul 19 che correva la Prenestina raccontava l’abominio del sistema capitalistico.

Lei lo sapeva e ad ogni modo aveva la scarsa sensibilità di piangere solo per i cazzi suoi.

Il capitalismo faceva pure questo. Piangi, piangi, piangi senza requie alla vista di un nome su un social network. Intuisci le sue nuove conoscenze, il rispetto immeritato che qualcuno le regala. Se solo sapessero, ti dici. Se solo sapessero quanto male m’ha fatto sta tizia. Se solo avessero idea del veleno che m’ha iniettato nel cuore.

Ma nessuno lo sa.

I social network sono solo cessi in cui defecare il meglio del proprio ego.

Lei lo sapeva, il capitalismo lo sapeva e lo sapeva pure quel ragazzo che la fissava da almeno dieci secondi, ritto lì, al suo fianco. Quella mattina s’era arrogato il compito di spalancare le porte malandate del tram. S’aprivano solo di una ventina di centimetri e lui le allargava tipo Hulk ma senza emettere suono. Si vedeva che la cosa lo rendeva felice.

Che guardi pure, si disse .

Forse il primo passo era non aver paura di piangere dato che il motivo per cui non si piange è spesso solo il timore di quello che pensano gli altri. E il capitalismo sa anche questo. Così come sa che si ride spesso senza ragione solo perché gli altri pensino che sei felice. Se piangi pensano che sei triste. And that’s not cool come dicono questa specie di esseri umani andati a male che sono gli americani.

Questo comunque mi guarda ancora.

Non le dava fastidio. Solo non era contemplato che qualcuno la guardasse in quello stato e che a lei dovesse pure fregargliene qualcosa. Per cui, siccome a cercare un cazzo di fazzoletto nelle tasche dei jeans o dello zaino è matematico non averne, s’asciugò il mocciolo sull’avanbraccio sperando che tale operazione facesse ritrarre lo sguardo del malcapitato con disgusto. Ma no. Quello era lì. A fissarla. Allora decise di ignorarlo. Sapeva troppo bene che se solo per caso lo avesse guardato in faccia di sicuro – di sicuro – quel tizio le avrebbe detto qualcosa.

E il dolore è sordo, non lo sai?

Il dolore è sordo come le bestie che cercano cibo.

Tengono fame.

Stop.

Devono comandare.

Stop.

E così è il dolore.

Tale e quale solo a se stesso.

Ineluttabile come la morte. C’era scritto in tutti i libri.

Non lo sapeva? Non glielo avevano detto?

Doveva dargli un pugno per spiegarglielo?

Anche la ragazza dall’altro lato s’era accorta che piangeva. E anche lei la guardava mentre si reggeva alla sbarra di ferro giallo e malediva le sue scarpe troppo strette. A suo modo però, e a differenza di lui, sapeva partecipare. Restava muta a far finta di guardare fuori. Riusciva solo a trasmettere intermittenti onde cromosoma fuxia – inanellate a cerchi e croci in basso – che lei c’era. Non stava lì e basta. Se fosse svenuta o avesse deciso di sbattere la testa contro il vetro lei avrebbe messo una mano tra la fronte e il vetro gelido e l’avrebbe bloccata.

Tipo Jessica Jones.

Quindi la guardò.

La ragazza distolse subito lo sguardo forzandosi a non avere alcuna espressione.

Così si fa.

Brava.

Ci sei e ti curi di me senza ostentare. In silenzio.

L’altro fianco invece era quello della spina.

Il tizio la fissava ancora.

Altre tre fermate. Solo altre tre fermate.

Ce la puoi fare.

L’Esercito Delle Parole Coltelle invadeva il suo telefono. Si trattava di un nemico chiamato alle armi da lei stessa. Un giorno si svegliava con il corno tuonante e le parole coltelle, grondanti sangue e budella venivano a chiedere vendetta. “Ti taglieremo la testa!” gridavano. “Ti strapperemo il cuore a morsi e con i tuoi occhi faremo gioielli da mettere al dito delle nostre dame”. L’esercito delle Parole Coltelle era stato forgiato da La Stronza Cosmica, secoli prima, ed erano così ben fatte da sperare nell’eternità. Avevano il potere supremo di galleggiare nel sangue, come pezzi di cancro che restano in attesa, lì dentro, tutta la vita. L’Invicibile Esercito delle Parole Coltelle usa una sorta di napalm ad azione differita. Sparge il suo seme di odio. Cova, lì nel sangue, ignoto a chi se ne nutre. Presto si sarebbe fissato in un organo a caso e ne avrebbe deciso la disfunzione, bruciato i suoi collegamenti al resto del corpo.

Chi aveva creato quell’esercito mancava di corpo. Viveva in un viscido tempo strozzato dallo spazio. Una mente cyberscopica e guasta voleva infettare un’altra mente. Il compito di quell’esercito non era farti morire, ma vivere con l’orrore di essere stata infettata.

L’odio è il contagio.

Le parole coltelle riempivano gli intestini di ulcere, come il capitalismo. Una fuliggine copriva cuore e polmoni e smettevi di respirare.

Avesse almeno avuto un grido da attutire, occhi arrabbiati da scontornare col ricordo, pensava.

Niente. La Stronza Cosmica era come il capitalismo. Un orrore senza volto. Forgiatrice di eserciti maledetti di parole scritte.

Demone da tastiera.

I suoi occhi affilavano parole coltelle e le scagliavano contro chi non era come lei s’era immaginata. Contro chi non era come doveva essere.

Le parole coltelle non erano semplici parole. Erano esatti bisturi chirurgici pronti a penetrare – again – in ferite note. La vittima aveva indicato tutti i luoghi del suo corpo dove i tagli pulsavano, perdevano umori e dolevano implacabili. Condensata la conoscenza, la lama si faceva lucente.

Non poteva capire l’esercito delle parole coltelle senza morirne. C’era da affrontare una battaglia ad armi pari.

Se qualcuno ti dice che non vali niente questo presuppone che chi lo dice sia certo di valere qualcosa.

Il giochetto era tutto lì.

Lei lo sapeva, sapeva tutto, individuava i meccanismi eppure restava a sguazzare dentro ai ventri espulsi, squarciati, dalla parole coltelle… arraffava i resti di cibo avanzato e putrefatto dal sistema digestivo esploso.

Perché?

Ci stava alle sicurezze altrui. Ci doveva stare per forza perché non ne aveva di proprie. Doveva starci per quel putrido amor di sé riflesso.

Le briciole raccattate sotto il tavolo.

Trentatrè anni di schiavitù e non sentirli.

La Stronza Cosmica valeva qualcosa solo perché la sotterrava con un Esercito Invincibile? Era questo dunque? Schiacciare la testa dell’altro sotto parole-buldozer perché chi viene colpito mai più parli?

É questo?

É dunque questo che ti rende migliore di me?

Farmi male? É questo a rendermi reale?

È questo quello che voglio da questa cazzo di vita?

Qualcuno che mi manipola nel tempo, nel silenzio, su una merda di display del telefono, con la costanza e la volgare coazione a ripetere di un tarlo?

La porta di uscita di quel tram era proprio incastrata. Non si apriva più di venti centimetri e nessuno che la spalancava se non quel piccolo Hulk mattutino. Voglio scendere, fatemi scendere. E alla cabina dell’autista giungeva un impulso elettrico che tornava indietro sottoforma di forza motrice che s’interrompeva bruscamente davanti a quella porta. Quel tanto che bastava all’autunno di pioppi, lecci e platani di volteggiare un istante. Perfino le foglie cadevano di nuovo.

Perfino le foglie modificano il loro stato.

Solo lei no.

Finora.

Sembrava profilarsi all’orizzonte una battaglia finale.

Non bastava la carie capitalistica.

Tu sei. Sei. Sei così. Sei. Sei. Tu sei. Sei.

Al cadere di ogni foglia s’affilava un aggettivo.

E tu. Come cazzo sei tu?

Una mano le toccò la spalla. Strinse con delicatezza il pezzo di scapola protetto dal giaccone. Il ragazzo-spina avrà avuto dieci anni meno di lei. Balbettò dunque. Lo sguardo di lei non doveva essere incoraggiante. Ma lui voleva assolutamente dirle che domani sarebbe stato meglio. Solo che non poteva perché la guerriera sconfitta dall’Invincibile Esercito Delle Parole Coltelle non ci credeva più alle parole. Si voltò di scatto e tolse la mano del ragazzo dalla sua spalla.

– Io non ti conosco

Il piccolo Hulk balbettò. Ancora.

Riconobbe quel gesto di ragazzo. Era capitato anche a lei di volerlo fare, altre volte, a sua volta, a qualcuno che piangeva per strada o su un treno o nella sala d’attesa di un pronto soccorso. Si deve essere pazzi o anziane signore napoletane per sentirsi padroni del mondo fino al punto da invadere lo spazio d’azione di un altro. Fino a credere che quelle lacrime stiano lì per essere viste.

Aveva desiderato tante volte incrociare per caso, mentre piangeva, chi le aveva procurato quel pianto. Muovere a compassione chi non voleva più vederla e aveva negato lo scontro finale. Lacrime che avrebbero potuto sancire una gloriosa separazione.

Quanto era stupido, all’improvviso, quel pensiero. Commiserevole, stolto, negletto. Un Esercito nemico delle Parole Coltelle si muoveva scaltro e senza armi. Era fatto di acqua salata e corrodeva ogni cosa. Ci sarebbe stata davvero una battaglia finale?

–  Grazie. Ma io non ti conosco. – disse al ragazzo

La porta del tram si aprì di nuovo. O almeno ci provò. Finora il ragazzo l’aveva allargata con forza per far uscire le persone. E tutti gli avevano detto grazie. E lui aveva sorriso quasi festante perché nell’universo, quel giorno, c’era bisogno di lui.

Lei non gli aveva risposto male, non si era ritratta con orgoglio, non era rimasta immobile per non dispiacere l’altro.

Non aveva sorriso.

Fu un bene anche se non riuscì a capirlo subito.

E non riuscì nemmeno ad aspettare la fermata giusta.

Le porte si aprirono di nuovo solo a metà e il ragazzo non ebbe la prontezza di spingerle come aveva fatto fino a quel momento.

Lo fece lei.

Le foglie scricchiolarono sotto i suoi piedi come la carta unta di un kebab fumante.

Si cercò tre euro e cinquanta nelle tasche per comprarne uno proprio lì.

Alla fermata sbagliata del tram.

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