VIA DEI CONDOTTI LACRIMALI

di scittilla

acqua_organismo

Prologo

C’era stata una vita, prima, Ada se lo ricordava. Solo non poteva dire di cosa fosse fatta. Quando Giulio la guardava dritto negli occhi, inorridito, lei provava con tutte le sue forze a ricordare. C’era stata una vita, prima.

Ma com’era?

Ad occhi chiusi Ada era fatta di paura. Colava via dal letto e s’andava a infrattare tra le pieghe del tappeto, sotto il divano, il tavolo, la sedia e arrivava fino alle ante del balcone e poi giù giù giù dalla casa alla strada dove le automobili a singhiozzo cominciavano il loro valzer di rombi quotidiani.

La paura le divaricò gli occhi. Un bisturi di nome sole. E dava modo di vedere tutto il dentro di fuori.

Com’era la vita prima di Ester?

Mattina

Aveva chiuso gli occhi con la stessa voglia di piangere con la quale si svegliò. Da molti giorni funzionava così. Il cuore aveva fatto il verme come una noce. Era piccolo come una noce. Vecchio, rugoso e storto come una noce. Era un cuore bacato e stupido come tutti i cuori. Nessuno poteva piangere, mica solo lei. Ada non vedeva mai nessuno piangere. Per strada, mentre andava a lavoro, in tram, in metro, al bar, nessuno piangeva.

C’era stata una vita, se la ricordava. Aveva poco più di vent’anni e. C’era stata una vita prima di Ester. Solo non se la ricordava senza piangere.

Ester era un nome che andava bene col suo cognome. Che cosa succedeva quando si sposavano due donne? Chi prendeva il nome di chi? Si poteva scegliere di prendere il cognome dell’altra? Come funzionava con la discendenza?

Ester conosceva certo la risposta. Ada non poteva dire se sarebbe stata quella giusta, ma sapeva con certezza che Ester aveva una risposta. Era più grande. Aveva avuto più tempo di chiedersi le cose. Ada no.

Era maggio e la paura di Ada irrigò gli alberi di magnolia in fila sotto il suo balcone. Erano piante alluvionali, le magnolie, perfette per stare lì, pensò.

A Roma dicevano ‘stacce’ quando le cose erano come erano e non si potevano cambiare. ‘Stacce’. Si, ci sto, basta che mi dite dove.

Ada provò a respirare. Perdeva liquidi venerei, il pianto s’era fatto rigagnolo e c’era qualcosa come una valvola dentro lo sterno che era rimasta aperta. Non le riusciva di chiuderla. Per questo il suo corpo rimaneva perennemente umido, poroso, alcuni pezzi si staccavano e scorrevano via. Verso le magnolie.

Una strana fantasia quella della perdita d’acqua. – Chiudi il rubinetto! – le aveva detto Giulio una sera. Voleva farla ridere di quelle lacrime. Con un pennarello scrisse ‘lacrimali’ sotto a ‘via dei condotti’, la targa di marmo all’angolo della strada omonima. Ada aveva a malapena sorriso.

– Chiudi il rubinetto! – disse di nuovo mettendosi le mani nei capelli con quelle sue smorfie da teatro. – Fai acqua da tutte le parti – Ed era vero. Ada faceva acqua da tutte le parti. Perdeva liquidi venerei, amorosi e dolorifici.

Adesso doveva proprio alzarsi dal letto. In cucina c’era la stessa moka di ieri, lo stesso latte, la stessa marmellata e in punta di piedi avrebbe afferrato il barattolo dello zucchero in cima alla credenza. Come ieri, come l’altro ieri, come un mese prima. Avrebbe afferrato al volo un cucchiaino dal portaposate e aspettato la pace del caffè.

Ada s’alzò e fece esattamente tutti quei gesti quotidiani, primi, che un pochino consolano. Provò a pensare che per smettere di fare acqua da tutte la parti doveva figurarsi d’essere una macchina. “Sono un congegno elettronico e coi liquidi m’inceppo”. Sorrise.  In fretta e furia acciuffò i vestiti del giorno prima che sganasciavano muti sul divano. Jeans, e felpa. Prima si mise la canottiera al rovescio, la maglietta era scucita – ma lei non lo sapeva – e uscì di casa.

Un tram, un paio di fermate di metro e poi un bus. Ada aveva due lavori. Quello della mattina era una robetta di poco conto in un bar verso Centocelle. Non sarebbe durato a lungo. Sostituiva la moglie del boss che era al nono mese di gravidanza e da un momento all’altro poteva entrare qualcuno gridando che le si erano rotte le acque. Come nei film. Ada pensò ‘all’acqua che si rompe’. Un vascello che taglia i flutti e parte per i mari caldi del Sud, a vele spiegate, verso il sole. Non era certo la sua stessa acqua. Lei la perdeva, non la rompeva. Anche perché Ada era vuota. Non aveva ragione di credere che un giorno qualcosa potesse lievitarle lì in basso. Voglio dire. Dovevano accadere troppe cose prima. Nessuno era come Ester. Con lei si che avrebbe messo un tappo sufficientemente saldo per far galleggiare un tubero amniotico nella pancia. Un giorno.

Ma tanto che ci pensava a fare?

– Chiudi il rubinetto! –

Sorrise ricordando Giulio che montava sul cassonetto nella via più chic della città per scrivere ‘lacrimali’ sotto ‘via dei condotti’.

Stare dietro al bancone di un baretto di quartiere non era male. A una certa arrivavano Peppe, zio Mario e Adalgiso, cacciati dalle proprie rispettive mogli, e si mettevano a giocare a briscola. Alle otto in punto, invece trovava già  Mimì, un signore con la brillantina nei capelli. Era vedovo da un paio d’anni. Mimì faceva la sua prima colazione al bar poi andava a zonzo. Tornava per giocare con Peppe, zio Mario e Adalgiso verso le dieci. Loro non lo sapevano che Mimì alle otto in punto era già al bancone a guardare il culo a Ada. Certo per il caffè. Il caffè e il culo. Ada non se ne doveva accorgere. Aveva fatto un patto con se stessa. Lasciar perdere. Tanto era un lavoro già finito e non c’era modo di risolvere la cosa senza nervi. Le venne da piangere, ancora, si sentì stupida e tornò ad asciugare tutte le tazzine e i bicchieri appena tirati fuori dalla lavastoviglie anche se non ce n’era bisogno. Mimì dopo averle guardato il culo uscì agitando il suo bastone. Le fece un sorriso unto come i suoi capelli. Ada lo guardò. Sarebbe stato meglio che le mogli non morissero mai. I ‘compagni di merende’ sono peggio della yazuka, pensò Ada.

La mattina trascorse lenta come tutti i giorni. Dopo le nove il lavoro diminuiva e fino a pranzo Ada doveva trovarsi qualcosa da fare o farsi trovare dal boss mentre la stava facendo. Andava bene anche una cosa inutile. L’importante era che lui sentisse i cozzi dei bicchieri e la vedesse muoversi. Una volta l’aveva beccata che leggiucchiava un libro e con gli occhi iniettati di sangue le disse che non andava mica bene, che sua moglie fino al sesto mese aveva pulito la polvere dagli scaffali dei cioccolatini del 1992 – che dovevano sembrare buone anche se non le vendevano perché erano da esposizione. Che stava facendo lei?

– Preparo il prossimo esame – rispose Ada.

– Che esame? – fece il boss.

Era Sociologia della devianza ma lei disse solo Sociologia per non vedergli fare quel suo ‘Eh?’ che significava solo una conversazione inutile in arrivo. Quel giorno le venne offerta l’opportunità pratica di vedere a cosa conducevano certe ‘deviazioni’ dalla norma.

A fare la norma.

Appunto.

Ad ogni modo, Peppe, zio Mario e Adalgiso stavano giocando già da un paio d’ore il che voleva dire che a breve sarebbero andati via. Il boss tardava, come al solito. Magari era oggi che si rompevano le acque. Il cellulare di Ada squillò e sul display comparve il nome di Giulio.

– Ehi.

– Ciao, sei a lavoro? – chiedeva una voce immersa nel traffico di via Nomentana.

– Si, ma tra un po’ stacco e vado al ristorante.

– Ah bene.

– Che?

– No, dicevo bene perché oggi è il compleanno di Andrea, quel mio amico che suona blues, te lo ricordi?

– Si.

– E niente andiamo da lui, sta verso San Lorenzo..

– A che ora?

– Ma non so, verso le undici.

– Ok

– Oh.

– Eh.

– Un po’ d’entusiasmo!

– No è che… Andrea è simpatico ma ci stanno quei suoi amici di quel collettivo lì di scrittori.

– Chi?

– I fumettari. Quelli che si credono sto cazzo.

– Ah.

– Si. Ma chisselincula ci sarà pure altra gente mica devo stare con loro?

– Stai con me.

– Se, vabbè come l’altra volta che m’hai mollato in quel posto di merda per quel tipo, come si chiamava? … – fece Ada in tono canzonatorio.

Nessuno era più checca di una checca come Giulio. Che per giunta di cognome faceva Buco e se ne vantava. Risero e si salutarono. Giulio la richiamò dopo meno di dieci secondi. Ada rispose divertita. Dall’altro capo del telefono la voce del ragazzo, sempre immersa nel traffico, gorgheggiò con imponenza Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla judicandus homo reus. Amavano il Requiem. Erano andati a sentirlo al Teatro dell’Opera una volta. Erano due personcine a modo Ada e Giulio. E Giulio scherzava ma aveva una voce. Ada rise di nuovo e gli disse ‘scemo’ pensando alla faccia della gente accanto a lui in quel momento. Il boss arrivò e s’accigliò subito quando la vide sorridere e posare il telefono. Non la salutò nemmeno ma controllò che tutto fosse in ordine. Pure sullo scaffale dei cioccolati del ’92. Ada disse che doveva scappare e lui che questo mese la pagava un po’ in ritardo. Ada stava per chiedere perché ma lui la fermò. Erano partiti i prelievi per il bancone nuovo e lui non ci poteva fare granché. Godeva a farle quel piccolo dispetto. Ada si tolse il grembiule, andò nel bagno e si rimise i suoi scarponi da combattimento. Stronzo. Pensava. Stronzo, stronzo, stronzo. Un lieve odore veniva dalle sue ascelle. Avrebbe tanto voluto farsi una doccia ma non c’era tempo. Salutò a denti stretti quell’essere abominevole mentre infilava la felpa e quando si piegò per riprendere lo zaino da terra i quattro compagni di merende le stavano guardando tutti insieme il culo. Ada uscì masticando una bestemmia. Il 556 maledettissimo le stava passando proprio in quel momento sotto al naso. S’incamminò a piedi, cercando una sigaretta nel taschino davanti. L’accese e mise il cervello in pausa. Sentiva tra il fumo quel suo odore ascellare, ovulatorio, che poteva diventare sempre più intenso. Non sapeva se erano peggio le lacrime o il sudore come acqua corporea. All’altro lavoro avrebbe avuto modo di lavarsi in quel piccolo bugigattolo che avevano per spogliatoio. Portava sempre una camicia bianca pulita nello zaino. Sempre proprio no, di solito diciamo. Qualche volta capitava di lasciarla nella biancheria da stirare.

Ada si bloccò. Rovistò nello zaino.

Non aveva una camicia bianca pulita, ma solo un vecchio foulard di pashmina col quale si reggeva i capelli quando toccava a lei passare lo straccio nei bagni.

Pomeriggio

Il sole splendeva alto sulle barricate edilizie di Trinità dei Monti e una folla di turisti si accalcava a guardare la pubblicità della Skoda con le due guglie della chiesa sullo sfondo. Ada non aveva tempo. Sgusciò nella calca come un’anguilletta lucida lucida respirando solo quando svoltò nel vicoletto de ‘Il trippaio’, il semilussuoso ristorante dove lavorava. A dispetto del titolo infatti – agli inizi del Novecento il nonno di Ciborio, padrone attuale dell’attività, aveva aperto, in quel gomito di case, un anfratto dove gli arrivava un po’ di trippa a buon mercato da un vecchio compare di Sacrofano – il ristorante si fregiava di un menù prestigioso e tutto a base del delizioso budello. Dalla Zuppa Marescialla alla trippa alla romana coi pomodori, lampredotto fiorentino e trippa alla genovese per non farsi mancare niente. C’era da dire che i turisti, soprattutto americani e tedeschi, andavano pazzi per quelle frattaglie. In quanto a Ada… Il suo vegetarianesimo spinto fin quasi al veganesimo era fonte di continui lazzi. Salah, il cuoco che veniva dal Marocco e cucinava una trippa di Moncalieri da leccarsi le dita, la chiamava maeiz che significava ‘capra’ in arabo. Però lo diceva con eleganza e le preparava grosse insalate guarnite con del formaggio abbrustolito, delle pesche e del miele. Ada ne andava pazza. Sperava in cuor suo che oggi Salah le avesse cucinato proprio una di quelle. Con l’uvetta passa e le carote tagliate sottili. Ma appena mise piede nel locale s’accorse subito che l’aria era fatta di cemento. Non era la frittura pantagruelica, erano proprio tutti nervosi e basta. Ada andò a sciacquarsi le ascelle, si rimise la camicia gualcita e in odor di brutalità e quando si sedette al tavolo insieme agli altri avevano tutti quanti la faccia contratta e gli occhi bassi. Salah gli sbatté il risotto ai porri sotto il naso e iniziò a gridare a Ciborio che lui se ne andava, che era stufo, che aveva tre figli, che non era possibile pagassero loro le sue idee del cazzo. Non disse ‘cazzo’ ma questo era il senso. Al volo Pasquale, uno dei camerieri, collega di Ada, le passò un volantino sul quale c’era scritto che ‘Il trippaio bis’ inaugurava proprio quella sera. Che nome di merda, pensò Ada. Ciborio apriva un nuovo ristorante a Trastevere. Lì dentro ci metteva Hanna la ragazza con gli occhi di ghiaccio che veniva dalla Moldavia e che gli aveva fatto lasciare moglie, figli e madre paraplegica. Tutte le volte che Ada vedeva Hanna pensava che doveva essersi innamorata per forza di un uomo come Ciborio. Aveva la panza, il riporto, un sigaro puzzolente in bocca, ed era uno che non credeva a niente a parte il Berlusca. Ancora. Uno di quelli che sperava di rivederlo sulla cresta dell’onda – con nuovo trapianto di bulbo capillare in testa – perché il Cavaliere rappresentava tutto quello che lui avrebbe voluto essere. Certe cose sono semplici. Stessa età ma più capelli, una moglie ventenne gnocca, il sorriso smagliante e soprattutto un sacco di gente al suo servizio. Ciborio credeva che solo i migliori ce la fanno. Quelli che si lamentano sono dei perdenti, diceva. Prendi Salah, per esempio. Com’era arrivato quel lagnoso in Italia? Ciborio pensava che era meglio non saperlo se no gli toccava pure fingere una certa partecipazione.

Ad ogni modo quel giorno era di magro. Ada, alle prese con il ritrovamento della sua vita prima di Ester decise di mettere il pilota automatico e di lavorare e basta. Fare le cose. Infilarsi in questo vortice di ordinazioni, trasporto piatti, bottiglie, posate, metti e togli tovaglia, sorrisi di nanosecondi presto mutati in sbuffi. Era l’unico modo per non sprofondare nei pensieri al congiuntivo. Se fossi stata. Se solo lei avesse capito. Se ci fosse stato il tempo di. Se mi fossi accorta.

C’era stato un tempo in cui lei non conosceva ancora Ester eppure il mondo esisteva già. Rideva, piangeva, scopriva le cose. Ada lo sapeva che era solo un escamotage quello di ricordare il pre-Ester. Il piano era tramutare l’escamotage in una porta d’uscita. Una volta fuori avrebbe irriso alle tecniche da ‘ricovero di cuori infranti’ e sarebbe andata avanti. Ma pure il tempo al condizionale faceva danni. Anche quello non era presente, né passato, né futuro. Congiuntivo e condizionale erano il tempo dell’alibi, dell’incostanza, dell’autoindulgenza. Pensava così Ada, mentre un grosso omaccione si alzò all’improvviso dalla sua sedia e non potendo evitarlo, venne completamente ammollato nel verde della trippa agli asparagi che Ada stava portando al tavolo tre. Successe quel che successe dopo. Il grosso signore gridò, Ada si scusò, Ciborio dalla cassa fece segno che le avrebbe tagliato il collo e così via.

Sera

Mancava solo un’ora alla fine del suo turno. Andò in bagno e lì allo specchio riuscì solo ad emettere qualche rantolo di respiro. Quando alzò lo sguardo sull’immagine discinta e contratta allo specchio il suo condotto lacrimale emise la sentenza. Un rigagnolo scuro di mascara solcò una guancia, poi l’altra, poi di nuovo quella di prima. Pasquale entrò e disse che Ciborio le aveva ordinato di andare a Trastevere a dare una mano ad Hanna. Ada pianse più forte. Voleva andare fuori di lì, si. Chiamare Ester e farsi cacciare via. Santa Ada di Via dei Condotti Lacrimali aveva bisogno di prendere ancora tante di quelle scudisciate per assurgere all’empireo regno delle divinità…

– Tu non fai mai domande. Credi di sapere già tutto. Sei una presuntuosa. Pensi di essere importante e invece non sei un cazzo. Non servi a nessuno. Non certo a me. Non ho mai voluto costruire niente con te. Basta. Fine della storia. Stacce!

Questo avrebbe detto Ester. Ada pianse più forte. Pasquale la guardò come se fosse un animale di specie rara. Le diede un timido buffetto sulla spalla e mormorò qualcosa che Ada non sentì. A quel punto non restava che rimettersi la felpa e andare da Hanna. Era meglio così. L’aria fresca del tramonto le avrebbe fatto bene. Prese i suoi vestiti non da lavoro e li appallottolò alla rinfusa dentro lo zaino. Si tolse il grembiule e uscì dal retro. Con la coda dell’occhio vide che Pasquale riferiva a Ciborio che era andata via e che lui scuoteva la testa. Forse bestemmiava.

Non lo avevano inventato un farmaco per smettere di pensare? O forse si? Certo qualcosa per gli schizofrenici o per i depressi cronici. Ci doveva essere della chimica indotta da qualche parte che impediva alla gente di farsi del male. Poi un piccolo pensiero attraversò Ada come quei bagliori inconsulti di sole sul vetro di una finestra che si apre. Erano parole. Si stava male o bene, infondo, per delle parole. Suoni. Iniziò a ordinarsi di percepirle come suoni e basta. Ada era un gatto e attraversava le vie della città furtiva senza pensare a niente che non fosse la propria sopravvivenza. Le parole erano suoni e la vita era una continua ricerca di cibo, acqua, calore e riparo. Nient’altro.

Quando arrivò a ‘Il trippaio bis’ Hanna era già in ghingheri. Dirigeva con le dita smaltate giallo oro e il suo accento duro e rotondo quattro o cinque camerieri già impazziti. Aveva al collo una collana di perle azzurre in rima coi suoi occhi. Quando vide Ada non riuscì nemmeno a sorriderle come si sforzava di fare le altre volte. Le gridò subito come mai ci avesse messo tanto e che si andasse a lavare la faccia e a sistemare che era un mostro.

In definitiva Ada non era un gatto.

Altrimenti avrebbe dovuto addentare la giugulare della matrioska anoressica che aveva di fronte e lasciarla guaire in un lago di sangue caldo.

Provò a rimettere il pilota automatico come aveva fatto prima e a stare attenta agli elefanti sottoforma di esseri umani che si alzavano all’improvviso dalle sedie. Andò bene. Magari era l’odore di vernice fresca che le metteva quel sottile buonumore post martirio. O il fatto che Hanna era comunque ridicola qualunque cosa facesse o dicesse e Ada riusciva lo stesso a ridere di lei nonostante l’avesse chiamata mostro.

Anche quello era solo un suono. Per di più forse Hanna non si rendeva ancora conto del significato delle parole in italiano. Erano solo suoni anche per lei. E la sera doveva sempre aprire le gambe a Ciborio. E lui non era certo solo un suono. Indi per cui. Povera Hanna. Lei e la sua collana di perle azzurre.

E comunque a Ada serviva imparare a ‘stacce’ dicevano. Ester le diceva. Ester diceva, diceva, diceva tante cose. E pure Ada diceva, diceva, diceva tante cose. Solo che quelle di Ester erano secche ed esatte. Ada scioglieva le sue in litri e litri di acqua e così non ne restava nulla.

Sentì il telefono vibrarle nel taschino del gilè. Era Giulio che le chiedeva dove cazzo fosse finita. Ada in fretta e furia spiegò la situazione.

– A che ora stacchi allora?

– Non lo so, credo intorno alle undici.

– Ma non è possibile…

– Lo so, ho combinato un guaio e non posso…

– Oh ma non è stata colpa tua, dai. Può capitare a tutti.

– Dici?

Giulio si arrabbiò e le disse che alle undici passava a prenderla a lavoro e che sarebbero andati subito alla festa, tanto era lì vicino. Ada protestò. Voleva tornare a casa, mettersi davanti al televisore, mangiare chili di cioccolato fino a che il mondo non gli chiedeva scusa.

– Niente da fare. Alle undici sono lì, lacrimosa.

Giulio riattaccò il telefono. Ada emise un sospiro e provò a inghiottire il nodo d’acqua che si preparava nel viottolo della gola.

Siete mai stati, da vegetariani, all’inaugurazione di un trippaio? Nemmeno Ada fino a quel momento. Pensava che il peggio fosse stato pulire i fegatini di pollo per il patè dei crostoni, ma quello superava di gran lunga le sue precedenti esperienze lavorative. C’erano signorine moldave, polacche, russe, albanesi, lettoni amiche di Hanna del Corso di Italiano per Stranieri, tutte con sandali tacco dodici quando andava bene, altrimenti zeppa alla milanese e stivale pretty woman di vernice fin sopra al ginocchio. Poi c’era qualche famigliola amica o parente di Ciborio con bambini infestanti di tutte le età. I due gruppi stavano in due aree separate del locale trangugiando zuppa di trippa a gogò. I primi in piedi – perché fosse visibile la loro assenza di ‘trippa’ e ventre piatto – e i secondi seduti – perché fosse invisibile la presenza della loro ‘trippa’ a triplo strato parlante. Nel tramestio e nel lavoro senza sosta di quella sera Ada quasi non si accorse che l’orologio presto segnò le undici meno dieci. Disse ad Hanna che andava via e la donna, mezza ubriaca, le stampò un bacino rosso rossetto sulla guancia dicendole che andava bene. Voleva dire che si scusava per averla chiamata ‘mostro’ forse. Ad ogni modo Ada sorrise e non la odiò più.

Il tempo di rimettersi la maglietta scucita della mattina e i jeans ed era pronta. Giulio l’aspettava già lì davanti. In macchina c’erano tre bottiglie di vino rosso.

Notte

Quando arrivarono Andrea grondava sudore sotto al sombrero colorato che gli avevano piantato in testa e reggeva un ukulele in una mano e nell’altra una canna e un bicchiere di vino. Più che il festeggiato pareva un albero di Natale equo solidale. Li abbracciò forte e li invitò ad entrare. – Prendete da bere e se avete fame forse c’e rimasto ancora qualcosa – disse. Giulio si lanciò sul buffet organizzando una composizione di cibo a forma di torre di Babele mentre spiegava ad Ada che i genitori gli avevano regalato un viaggio in Messico. Uao. Disse Ada, eppure casa di Andrea pareva uno di quegli squat parigini che sgombrano ogni tre mesi perché infondo sono solo appartamenti su pianerottoli di palazzi fatiscenti dove vivono famiglie, vecchi e capouffici squattrinati. Alle pareti c’era il disegno gigantesco di uno squalo che veniva mangiato da tanti piccoli pesciolini. Andrea e la sua combriccola di amici erano quel che restava dei figli dei comunisti degli anni Sessanta. Arricchiti, indie, fancazzisti che non avevano mai fatto niente in vita loro a parte sedersi sulle poltrone degli psicologi di Piazza Navona con vista sulla fontana. Ada non era abbastanza tosta per confessarsi quanto li detestava. C’era il gruppetto di scrittori del Sit che aveva come kapo un rampante figlio di editori romani cresciuto a pane e Tondelli e che adesso teneva una rubrica sul Corriere della Sera. Erano quelli dell‘underground degli anni dieci del duemila. Ossia nessuno. Ma avresti potuto credere che invece no, la sapevano lunga loro. Ogni tanto davano alle stampe – sottobanco in una vecchia tipografia di Piazza del Governo Vecchio per via della loro avarizia – un trimestrale pieno di racconti scritti da maschi, per maschi, con stile maschio. Ada ci discuteva ogni volta che capitava nel loro raggio di attenzione. Era da sola però e finiva solo col farsi ingrossare le vene. Perché poi non si riusciva mica a spiegare una volta per tutte. A Giulio quel genere di conversazioni metteva angoscia e spariva in un lampo. Allora Ada, per l’ennesima volta in quella giornata prese la stessa decisione. Ignorare i suoi pensieri, tornare alle parole-suono e mettere il pilota automatico. Cosa c’era da fare lì? Ballare? E balla allora. C’era una stanzuccia ricavata da una corridoio e qualcuno dondolava timido davanti a due casse elettroniche. Giulio già flirtava con uno dei punkomat figli di papà di cui sopra e allora. A Ada non restava che mettersi a ballare.

E ballò.

Uh, se ballò.

Ballò così tanto che perfino Ester, condita di ACDC – che manco le piacevano – s’era fatta lieve come rugiada.

Forse quella giornata non era poi così male.

Epilogo

Ada dunque ballò.

Ballò come se dai suoi piedi dipendesse il magnetismo terrestre.

Ballò e si divertì moltissimo, parlò con tutti e manco si sentiva ubriaca. Aveva solo la certezza che quel vino facesse schifo. Figurati. Questi si sparavano le pose e avevano davvero il portafoglio gonfio ma da qui a comprare un bolgherino decente ce ne voleva.

Il più odioso del Sit, uno che aveva fama di far scherzi come rubare mutandine nella cesta dei panni sporchi durante le feste per poi fotografarle e metterle su Facebook taggando la proprietaria, uno che si credeva tanto dritto perchè gli avevano pubblicato una raccolta di racconti, ecco lui proprio, le si avvicinò. Si salutarono mentre ballavano. Ada avrebbe voluto asfaltarlo, come essere umano dico, e invece gli sorrise. Aveva questo problema Ada. Non voleva mai dispiacere a nessuno. E quando qualcuno dispiaceva a lei poi si sentiva in colpa. Non indagava sul perché provasse certe cose. L’antipatia era un male. La diffidenza era un male. E allora gli sorrise. Lo conosceva poco infondo. Una volta, un paio di anni prima, a una festa, lo stesso soggetto aveva tentato di baciarla. Ada gli aveva riso in faccia e se n’era andata senza dire niente. Erano reazionari al contrario quelli e Ada li temeva perché occupavano piccole e ricattatorie posizioni di potere nell’universo di gente che frequentavano lei e Giulio. Anche lui le sorrise. E le si avvicinò. Ada con la scusa del ballo provò a spostarsi ma quello le si fece sempre più vicino. Allora si arrese. Chiuse definitivamente gli occhi e continuò a ballare ignorandolo.

– Tu puzzi.

Ada si arrestò.

La stanza si fece di colpo rovente. Dopo quella sentenza il ragazzo si allontanò spedito. Ada lo fissò mentre sgattaiolava lesto tra i danzanti. L’impianto di luci accendi-spegni casalingo la lasciò definitivamente sola e ferma sul posto. Intorno tutti continuarono ad agitarsi come se il mondo fosse lo stesso di prima.

Solo che la musica non c’era più.

Le sue ascelle con qualche sparuto pelo di ricrescita dalla rasatura precedente erano state scoperte. Facevano acqua come tutto il resto. La ragazza provò a chiudere i condotti ma niente. I rubinetti giravano a vuoto, spanati. A grossi fiotti l’acqua sommergeva ogni cosa. I corpi degli altri ondulavano felici al rallentatore dei liquidi di Ada.

Annegati e ridenti.

Andò in bagno attraversando la stanza senza respirare. Si sciacquò la faccia con quel misto di senso di colpa e di senso di colpa per il senso di colpa. “No more tears” diceva la reclame del bagnoschiuma Johnson and Johnson, lì accanto allo specchio.

Intanto Giulio era sparito. Sul divanetto, dove l’aveva visto strusciarsi col punkomat un’ora prima, restava solo lo zaino con dentro i vestiti da lavoro e la felpa che sapeva di fritto. Se lo mise in spalla e mentre stava per uscire dall’appartamento notò che il sombrero di Andrea giaceva in un angolo sfilacciato e mezzo rotto.

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