METAFISICA DELL’ESTATE

di scittilla

Capitan del gran valore:
volta la carta
e trovi un bel fiore.

Con l’estate arrivava Sofia. Parlava diverso. Il suo nome aveva una lucina dentro. Come il rettangolino di sole sul muro a persiana chiusa, che fuori è mattina e la mamma prepara i panini per il mare. Quando mia sorella pronunciava il nome ‘Sofia’ sentivo un guizzo nello stomaco. Il costume da bagno dell’anno scorso riappariva in tutta la sua lucentezza. L’odore di salsedine l’aveva reso un oggetto appartenente a un mondo magico. Lì, dentro quell’odore di gioia umida e gridata, regnava Sofia. Quando mio fratello diceva ‘Sofia’ un fiore che sapeva di caramelle mou mi germogliava, arrampicandosi, dai piedi alla bocca. E m’inebriava.

Sofia era la figlia di un’amica di mia madre. C’entrava il sangue, un tempo, con l’amicizia. Quando si combaciava col cuore si faceva in modo che la sorellanza fosse fatta di carne. Mia madre e Rita, la madre di Sofia, erano state separate dai loro rispettivi matrimoni e ancor prima, da una lieve ma decisiva differenza di classe sociale. Rita, figlia unica, era andata all’università e si era laureata in Legge mentre mia madre, che aveva ben tre fratelli maschi, era riuscita a stento a finire le scuole elementari. Erano cresciute insieme, nella stessa via e questo le univa ancora. A metà degli anni Settanta anche Rita lasciò perdere il suo cum laude e si sposò. Senza aver mai messo piede in un’aula di tribunale, peraltro. Rita era stata la testimone di nozze dei miei genitori e il puro legame metafisico si era fatto istituzione. Quando ancora non c’era il telefono Rita e mia madre riuscivano e percepire la fibra di tempo in cui s’erano fatte forti e si reggevano ad essa, strette, senza mollarla mai.

Un bel fiore che sta in giardino;
volta la carta e trovi:
un canarino.

Per tutta l’estate io e Sofia avevamo un’unica missione: passare insieme più tempo possibile. Quando tornava al paese Sofia era senza mamma e senza papà. La mandavano da nonna Concetta perché si svagasse. Alla fine anche Sofia era figlia unica e viveva tutto l’anno in un paesino dell’Aspromonte. Le poche volte che andavamo a trovarla – rare occasioni di nascite, morti o sposalizi – Rita ci portava a fare il giro di quelle quattro case gettate a casaccio sui pendii. Qui c’era un vecchietto che faceva il calzolaio ma era morto due giorni prima. Più avanti c’era una famiglia che era dovuta emigrare per lavoro, e lì, dall’altra parte della strada, viveva la maestra della scuola elementare che però le avevano trovato un brutto male ed era dovuta tornare a Reggio Calabria per farsi curare. La morte era una cosa vera come una mela. Meglio che non ci pensavo, dicevano. Quando chiedevo qualcosa sulla mia morte rispondevano sempre che se non mi sparavano in fronte non sarei mai morta. Mi rincuoravo ma lo sapevo che potevo morire. L’avevo visto negli occhi di mia madre quella volta che ero caduta dall’altalena spaccandomi la testa. Mi aveva lasciata guardare la TV per tutta la giornata, dopo il fattaccio, dandomi da mangiare un sacco di cose buone e soprattutto accarezzandomi come non faceva mai.

Non era poi così male la morte.

Un canarino che porta un cartello,
volta la carta e trovi:
un uccello.

Sofia era una bambina mite e addomesticabile. Faceva tutto quello che le dicevo io, nonostante avesse tre anni più di me. Certo, se giocava mia sorella – cosa di bramata rarità – Sofia vedeva e ascoltava solo lei. Ma lo capivo. Era grazie a mia sorella che le spazzole per i capelli diventavano microfoni, lo specchiera grande della camera da letto si trasformava in uno studio televisivo dove guardare dritto nella videocamera per vederti ballare e cantare esattamente come ti avrebbero visto ballare e cantare le persone a casa davanti alla TV. Mia sorella aveva scoperto ‘Fame’ (quello bello, americano), il rossetto (che nascondeva nel buco della luce in ascensore), le scarpe col tacco (che facevano toc toc quando camminava) e i baci (dei maschi). Mia sorella era la nostra guida e senza di lei potevamo solo fare cose ripugnanti. Come andare a caccia di lucertole, raccogliere fiori e intrecciarli, giocare a ‘la sposa del vento’ (ossia attaccarsi un velo in testa e riempirlo di foglie appiccicose di falsa ortica andandosene in giro per le strade del paese senza alcuna vergogna), potevamo accontentarci di Kiss me Licia o giocare con le bambole. Insomma, poca roba.

Un uccello che becca il grano;
volta la carta e trovi:
un villano.

Una volta mentre giocavamo a ‘La sposa del vento’ ci accorgemmo di un uccellino caduto dal nido e che agonizzava al suolo. Anche quell’uccellino aveva visto la morte. E ora se ne stava lì, con gli occhi spalancati, supino, le braccia rinsecchite. Sofia non lo voleva nemmeno guardare. Io pensavo non ci fosse occasione più ghiotta per toccare la morte e capire di cosa si trattasse. Il vento muoveva le piumette dell’uccello e nell’angolino lì dov’era caduto non ci poteva rimanere, dissi a Sofia.

– Qua passano i gatti, se lo mangiano.

Al pensiero dell’esserino inghiottito da un gatto anche Sofia si fece coraggio. E così decidemmo di seppellirlo. Scavammo una buca con un cucchiaio trafugato dalla cucina di nonna Concetta e vi deponemmo le spoglie del povero passerotto che rischiava grosso anche da morto. Con due legnetti piuttosto dritti costruimmo una croce, legando il centro con un gambo di fiore e ce la piantammo sopra. Forse dicemmo perfino una preghiera. Poi provammo ad allontanarci. Ma.

– Come si fa a stare sotto terra?

Sofia non rispondeva. Potevo riconoscerle sul viso la paura di quello che di lì a poco l’avrei costretta a fare. Tornammo indietro. Non era possibile. Quell’uccellino là sotto, che faceva? Non ci credevo che sarebbe rimasto immobile, costretto lì al buio, senza volare. Avrebbe dovuto riaprire il cumulo di terra e spaccare la croce in mille pezzi. Piuttosto. Ma quando tornammo indietro il cumulo era ancora lì, con la croce piantata nel mezzo. Allora dissotterrai il cadaverino. Sofia cercò di impedirmelo. Ma lo avrei fatto solo una volta, promisi.

– Voglio solo vedere com’è adesso.

Era uguale a prima.

Un villano che zappa la terra;
volta la carta e trovi:
una guerra.

Sofia era fortunata a non andare a scuola dalle suore. Diceva che al paese suo non c’erano. E lo diceva con dispiacere e io non lo capivo. Le suore ti facevano fare tante cose inutili e noiose come la preghiera la mattina prima delle lezioni, la preghiera prima di mangiare, il rosario nel mese di maggio, l’adorazione di Gesù Bambino le settimane prima di Natale. Il presepe delle suore era horror. Avevano delle statue gigantesche, di legno, e il gioco di luci della loro cappellina pareva far respirare e muovere impercettibilmente buoi, asini e sacra famiglia. Mi spaventava. Non c’erano pecore, pastori, venditrici di pane o pescatori come in quello che facevamo noi a casa. Se il presepe delle suore cantava Gloria in excelsis Deo, il nostro vociava come il mercato del sabato mattina. Ecco, quella del mercato era la mia guerra. Quando ci andavamo con Sofia, mia madre era sempre nervosa. Sperava che i nostri desideri restassero al pollo ruspante che rosolava nel girarrosto del macellaio o a un paio di calzette coi cuoricini. Cose utili insomma. E invece noi volevamo sempre l’inutile ingiustamente costoso che la faceva tanto innervosire: bambole, scarpette per bambole, vestiti per bambole, cerchietti con le paillettes, smalti per le unghie, finto cibo per finti tè in tazzine rosa shocking. Aveva ragione mia madre, ma facevo lo stesso la guerra. Perché il desiderio di ottenere ciò che non avevo dava misura al mio esserci. Desiderare era esistere. Altrimenti ero l’uccello sepolto che non spaccava la croce volando via dal suo cumulo.

E non ci volevo stare al buio.

Una guerra con tanti soldati;
volta la carta e trovi:
i malati.

Non c’era verso però di scoprire cosa fosse veramente la morte. Tutte le estati io e Sofia ci ritrovavamo a vagare pei dintorni casalinghi di nonna Concetta. A una a una le piccole porte di legno massiccio col battaglio di cemento si chiudevano per non riaprirsi mai più. Erano case spuntate sulle pietre massicce che le viuzze in salita e i gradini di sanpietrini sconnessi, non avevano toccato. D’autunno quei grossi massi incastonati nei muri delle case si coprivano di muschio ma Sofia non lo poteva vedere perché lei veniva solo d’estate. Facevamo dunque la conta delle case che rimanevano vuote. La prima a morire fu Tommasina, una vecchia bisbetica che ci sgridava senza requie e senza alcuna ragione. Era convinta che i bambini fossero un flagello divino ed esistessero solo per essere sgridati e maltrattati. Tommasina viveva da sola in una casa buia dove una volta avevamo visto un topo passare da una parte all’altra della stanza.

– Tommasina, vedi che è passato un topo qua adesso, da là a là.

E indicammo la traiettoria precisa compiuta dall’animale. Ma Tommasina era vecchia, non adulta. E ci rispose che erano gli occhi nostri. Non c’era nessun topo, piccole intriganti che non eravamo altro. Quando lo raccontammo a mia madre ci disse di andare lo stesso da zia Tommasina, che era tanto sola, poveretta, ma di non mangiare niente di quello che ci metteva davanti.

I malati che stanno nei letti;
volta la carta e trovi:
i confetti.

Era difficile però resistere ai confetti. Perfino a quelli che ci offriva Tommasina, anche se erano duri come la pietra e – maledizione – sempre con la mandorla. Mai una volta che fossero col cioccolato. E io e Sofia lì, deluse, a far compagnia a una vecchia quasi cieca mangiando confetti alle mandorle al posto del cioccolato. Quale disgrazia poteva essere più amara? Sofia diceva che quando si sarebbe sposata lei, niente confetti di mandorle. Avrebbe scelto solo quelli di cioccolata. E tu?

– E io cosa?

– Tu che confetti vuoi?

– Io li voglio morbidi, che non devi aspettare che lo zucchero finisca per sentire il cioccolato.

– Vabbè ma così non sono più confetti.

Mi piacevano pure quelli piccoli e lunghi che lanciavano agli sposi insieme al riso, davanti alla chiesa. Mamma mi sgridava che non li dovevo raccogliere da terra e guai se me li mangiavo.

Povera donna. Si può dire che al ristorante ci arrivavo sazia dei confetti che raccoglievo dappertutto. Prima anche Sofia li mangiava con me. Poi all’improvviso smise. Mi guardava strano quando li sfilavo dalle acconciature a rombo delle signore e me li sgranocchiavo con gran goduria. Sapevano di lacca, in effetti e Sofia faceva una smorfia di disgusto.

Credo fosse legato al fatto che le erano cresciute le tette.

Ma i confetti erano sempre confetti.

Le tette crescevano ma c’era sempre questo problema della mandorla in guerra con la cioccolata.

Avevo nove anni, dovevo fare la comunione e chiesi a mia madre i confetti al cioccolato. Mia madre accordò la mia richiesta e quando diedi i confetti a Sofia lei nemmeno li guardò. Se li ficcò nella borsetta e mi abbracciò.

Per l’ultima volta.

I confetti che son così buoni;
volta la carta e trovi:
i ladroni.

Cosa’era successo a Sofia? Durante i matrimoni lei e mia sorella stavano sedute vicine e parlavano fitto fitto con la mano davanti alla bocca. Sofia aveva gli occhi luccicanti e mia sorella l’ascoltava ammiccando. C’era qualcosa che non andava. Smisi di rincorrere un bambino che non avevo mai visto e che la faceva da padrone con il suo liquidator e tutta zuppa andai dalle due evitando mia madre come la peste. Mi avrebbe obbligato ad attaccarmi all’ asciugatore elettrico del bagno o peggio a tornare a casa a cambiarmi. Mia sorella e Sofia smisero subito di confabulare e mi scrutarono dalla testa ai piedi.

  • Ma come ti sei conciata?

Le osservai guardinga. Uno Sherlock Holmes fatto di tulle.

– Che stavate dicendo?

– Niente di che.

Sofia provava a sorridermi ma non ci riusciva. Avevano un discorso in sospeso e non vedevano l’ora di continuarlo.

– Voglio sapere che dicevate.

– Fatti i fatti tuoi e torna a giocare, pedala!

S’irritò mia sorella. Guardai Sofia. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Sofia si alzò dalla sedia dicendole qualcosa e mi chiese se volevo andare con lei in bagno ad asciugarmi.

Stare con loro. Ecco cosa volevo. Abbassai la testa e mi lascia trasportare dalla mia vecchia compagna di giochi lontano da quel plotone d’esecuzione che era la bocca di mia sorella.

Il bambino con il liquidator ci si parò davanti.

Fuoco!

Adesso anche Sofia era fradicia. S’arrabbiò così tanto che prese il soldatino incravattato per un orecchio mentre io gli sottraevo l’arma trionfante. Gli sparai senza pietà con lei che cercava di trascinarmi via. Poi si rassegnò e andò in bagno da sola.

I ladroni che assaltan la gente;
volta la carta e
non trovi più niente.

Che l’estate era finita lo diceva il cofano della giardinetta del padre di Sofia che era venuto a riprenderla. Caricavano mille buste, borse e fagotti e si preparavano alla partenza tra un caffè e un amaretto. Rita non c’era quasi mai e mia madre pregava suo padre di salutarla. Si augurava che stesse bene. Stava bene, solo che le cose da fare erano sempre tante e non era riuscita a venire.

L’anno del matrimonio acquatico fu l’ultimo in cui Sofia trascorse le vacanze da noi. S’era fatta grande, dicevano sopra la mia testa in un valzer di ammiccamenti e allusioni che non capivo. Mi faceva rabbia quest’abbandono. Adesso che la domenica potevo finalmente fare anch’io la comunione, Sofia spariva.

L’estate seguente non arrivò nessuna giardinetta. Sfiancai mia madre perché telefonasse a Rita e si facesse dire dove si fosse cacciata Sofia.

– Al mare con le amiche di scuola.

Rispose.

Ma anche qui c’era il mare.

A poco a poco la lucina del suo nome si fece fioca come quella di una lucciola in trappola sotto un bicchiere. Che ne sarebbe stato di me? Pensavo mentre gironzolavo randagia nel cortile del condominio. Certe volte mi portavo una palla e cercavo di finire quella coreografia sempre più difficile di lanci contro il muro ed azioni velocissime prima che la palla tornasse indietro.

Un giorno ci riuscii. Arrivai alla figura dieci – salto, battimani e giro su stessa – ripetuta di seguito per dieci volte.

– Io so la continuazione.

C’era la ragazzina dell’ultimo piano lì accanto a me. Si chiamava Iole e l’avevo incontrata una paio di volte sul pianerottolo. Sua madre portava dei grossi occhiali da vista e una borsa di pitone. Non rideva mai e mi faceva tanta paura.

Offrii la palla a Iole.

Anche lei aveva le tette ma non erano come quelle di Sofia, lei era tutta bella tonda. Come me. Stava crescendo, ma non così in fretta. Ancora non le era successo niente.

Sorrisi.

Non era proprio successo niente.

Poesia nel testo: “Non c’è niente” in Nico Orengo A-ulì-ulè. Torino, Einaudi, 1972, p. 84

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