LE GELOSIE

di scittilla

Venne Lidia ad aprirci, la padrona di casa. Quando il cuore le reggeva faceva l’attrice. S’era messa il suo vestito rosso coi pois bianchi e in mano aveva dei calici sbeccati. Era piccolissima. Alta quanto me, voglio dire, ma con almeno dieci centimetri di zeppa. I suoi occhi erano arabi e verdi. Da palcoscenico. Però si vedeva che qualcosa era andato storto anche a lei.

Pure quella volta entrai in casa d’altri con ottime referenze: Mattia. Era stato più volte al centro dei miei giorni e dei miei inchiostri, Mattia. E si era mutato in molte cose. Sconosciuto, amico, amante e poi di nuovo sconosciuto e ancora amico. Per amante ora aveva Renato. E mi piacevano all’infinito. Una volta Mattia se ne andò in Islanda per un anno intero e durante tutto quel tempo scrissi una specie di diario sentimentale in cui gli raccontavo tutto quello che non potevo dirgli mentre era via. Tentai di rifilarglielo al suo rientro ma niente era rimasto uguale. Quel diario Mattia non ha mai voluto leggerlo. In seguito scoprii che alcuni psicoterapeuti danno da scrivere ai propri pazienti tutto quello che non riescono a dire a chi amano. All’epoca non me lo potevo immaginare che stavo compiendo un atto terapeutico. La mia idea di psicologo poteva al massimo attingere a qualche film di Woody Allen. E infondo non ricordo nemmeno se fu davvero terapeutico. Sono passati così tanti anni.

Ma cosa dici? Saranno tre o quattro al massimo.

Mi fa ridere Mattia. I suoi occhi da cerbiatto. Vigili, mansueti, sfuggenti. Sono passati quindici anni ma quando glielo dico, soprattutto in presenza di altri, mi risponde sempre così. Mi piacciono quelli che mi fanno ridere con poco. Senza parolacce, senza calpestare gli altri, senza cinismi. E Mattia è così. È sempre stato così. Forse per questo ho creduto di essermene innamorata quando mi ha respinto un anno dopo esatto che lui aveva creduto di essersi innamorato di me e io l’ho respinto. E invece.

Lidia che fa gli onori di casa. Una manciata di camere all’ultimo piano di un vecchio edificio nei pressi di San Giovanni in Laterano. Una di quelle viuzze dove ci capiti solo se abita qualcuno o se il navigatore satellitare t’impazzisce.

Mi portavo dalla strada questa placida, calma mollezza da domenica romana. L’odore d’arrosto che viene su dai seminterrati e quello rimasto appeso alle saracinesche chiuse delle pasticcerie. Il grigio sterile dell’asfalto senza automobili. I rancori sopiti negli uffici chiusi a chiave. Il tram che si bea della sua giusta lentezza e pare dire che ha ragione lui, ce ne accorgiamo solo di domenica, ma ha ragione lui. La quiete delle domenica di contro al frullatore che Mattia chiama la sua ‘automobile’. Con gli interni pezzati. Pezzati. Già. Mattia ha, per macchina, una piccola jeep con gli interni pezzati. Di pelo vero!

La casa di Lidia è di una luminescenza aliena. Acceca. Eravamo all’ultimo piano e il sole si espandeva come una meringa. La cucina, piccola piccola, d’immenso aveva questa terrazza. Come il soggiorno poco più avanti. Due ragazze e un ragazzo fanno capannello a pelare patate. Ridono. Ho portato una crostata di visciole comprata in pasticceria perché a casa mia non mi sento a casa mia. Voglio dire che di solito le faccio io le crostate. Ma non stavolta.

Sara, Romina e Mario, così si chiamano gli addetti alle patate, mi porgono le mani senza smettere di sorridere, scusandosi per l’amido in cui sono immersi. Vado da Lidia a cercare un coltello. Vorrei mettermi a guardare il panorama ma temo di autoescludermi, di fare la Madame Bovary della situazione, di ricalcare uno stolto pattern cinematografico. Il consumato ‘lasciatemi solo col mio dolore’.

Io sono io – soggettiva – e voi non siete un cazzo.

Ma non sono più quella lì. Vivo in una grande città adesso. Vivo in una grande città che non conosco. Vivo in una grande città che non conosco e che mi da l’opportunità di iniziare di nuovo. Guardo Mattia. Di nuovo, con Mattia. Come quindici anni fa.

Non ci provare! Saranno passati al massimo quattro anni!

– Certo, certo.

Con un coltello finalmente in mano mi unisco alla compagnia tagliante. Mattia è addetto al vino invece. Si rolla una sigaretta e ci riempie i bicchieri.

Romina mi piace. Colori accesi e senza ninnoli. Maschile. Ha due figli e pochi anni più di me. Fa la sarta. I suoi occhi sono piccoli e nerissimi. Quando ride diventano chicchi di caffè. Mattia e Romina hanno fatto insieme la scuola per diventare sarti. Mi sa che Romina l’ha finita e Mattia no. Non si capisce mai molto bene come finiscono le cose di Mattia. È chiaro l’attacco, poi il finale è ad libitum. Ha tanto spazio dentro, Mattia. Come se milioni di anni fa un uragano avesse sradicato tutto quello che c’era e adesso, dove era brullo, qualcuno avesse piantato un’enorme distesa di salvia. Puoi toglierti le scarpe dentro Mattia e camminare su quel velluto odoroso che è la sua attenzione.

– E’ più chiara del normale questa salvia, o no?

– Hai ragione, pure io ricordo che la salvia è più scura. Chissà che ci combina Lidia con le piante.

Mi sorride e continua a cercare salvia e menta da aggiungere a qualche suo strano timballo. Lidia ha preparato una marea di cose buone ma nonostante questo è preoccupata che non basti. Aspettiamo tanta gente tra cui ben quattro bambini. Bambini? Oh no. Non ci devo giocare per forza, vero? Ho sempre trentadue anni. Posso anche decidere una buona volta che i bambini mi fanno orrore. E invece.

Sara mi dice che è una Visual. Ecco, lo scrivo maiuscolo per vedere che effetto fa. Non credo di sapere cosa sia. A differenza di Romina lei non sorride tanto facilmente e nasconde gli occhi dietro gli occhiali da sole per tutta la durata del pranzo. È stata anche la prima ad andare via. Capelli rossi di quelli che si dicono rossi ma in verità sono arancioni. È bella Sara. Lo sa, ma non ne è mai troppo sicura. E questo le fa bene. La fa restare con noi almeno la durata del pranzo.

La tavola intanto è stata imbandita su una tovaglia legata ben bene con delle mollette per il bucato. Sole e vento di Roma, cuocici e redimi tutti i nostri peccati. Fammi dimenticare da quali giorni vengo. Rialzami dall’asfalto dove altre domeniche, prima di questa – tante, infinite domeniche – mi hanno investita come giganteschi tir pieni di mondezza. Prenditi tutto. Il tempo. Il riso. Il piacere di ascoltare. Stesse domande e diverse risposte. Sole, sole, sole.

Ecco che arrivano i bambini. Tre sono fratelli e sorelle. Una quarta è sola soletta e si attacca alla gonna della madre. Cominciano subito a farsi i fatti loro senza di noi. Fabio, un frugoletto di quattro anni e mezzo, saltella tra le gambe di questo popolo puzzone di adulti. È perfettamente a suo agio. M’insegna un sacco di cose guardarlo. Prende una manciata di fave dal tavolo e si mette a offrirle con fare esperto. È dolce. Con lui vorrei tanto giocare.

Rossella lavora con Mattia invece e ha il volto di un elfo. I capelli fermi e cortissimi tengono il suo vestito a fiori svolazzante come il gambo di un ciclamino a testa in giù. Ha mal di testa oggi, ma è quella che sorride di più. Scrive anche lei. Per guadagnarsi da vivere fa il lavoro di usciere, ma poi quando torna a casa scrive. Già mi piace. Il suo mal di testa non ci terrà separate per sempre. Vedrai Rossella, ti ritroverò.

Arriva Ubaldo. Credo di averlo visto in un film ma non glielo dico perché non ne ha bisogno. Annuncia subito che deve andare via fra due ore perché è in scena al Teatro delle Bottiglie. Per la serie: e al popolo? Mangerà in fretta e andrà via. Annuncia di nuovo.

Poi c’è il marito di Rossella. Schiaccio una zampa al suo cagnolino e in questo piccolo incidente vedo quella cosa.

– Sei autoriferita, tu.

Il guaito del piccolo Teo è come un pezzo di carne sbattuto sul tagliere che ho per cuore. Sbam! Sei così autoriferita che non l’hai visto. Non osservi quello che hai intorno. Ma solo te dentro quello che hai intorno. È diverso. È molto diverso. Non stai a sentire. Ti preoccupi di restituire la cosa giusta. Vuoi piacere. Gli altri lo sentono e si allontanano perché… chi sei tu, eh?

Come ogni essere umano che si autoriferisce suggello ogni aggettivo di eternità. Cerco una strategia per spostarmi da questa formina con cui la lingua mi dice e m’ignora.

– Stai bene?

Non è vero. Non è affatto vero. Questo sole, questa domanda, Mattia di nuovo, dopo quindici anni. Sotto il tagliere, l’albero.

– Se lo dici di nuovo non ti parlo più.

Sorrido.

Da lontano si vedono le guglie di San Giovanni, tetti e altane di altre case. Sul terrazzo di fronte, poco più in basso, un operaio salda alcune inferriate. Dietro c’è il padrone di casa che dirige il suo lavoro, quello che lui non è capace di fare. Dio mio, viene a me di mandarlo a fanculo, pensa a lui!

La terrazza di Lidia continua anche al piano di sopra, ancora più in alto. C’è una scaletta arrugginita che fa un po’ New York contro gli yuppies e sopra di essa un’altana. Io e Mattia montiamo su. Con noi viene Fabio, il bimbo delle fave. Mi ha conquistata. Sono io che voglio giocare con lui. Sempre. È sempre così. Sono io che voglio giocare con i bimbi però loro non si fidano di me. Ci sarà qualcosa nella mia faccia che proprio non gli va giù. Però grazie a Mattia, Fabio gioca anche con me. Sono emozionatissima. Forse è questo. Quando i bambini ti vedono eccitata si fidano poco. A pensarci è ovvio. Una specie d’istinto. Sanno di non sapere troppe cose e di aver bisogno di qualcuno che gliele procuri. E ne hanno bisogno con certezza. Questo solo sanno. E allora non possono perdere tempo con te che ti agiti. Ne va della loro sopravvivenza.

Poi all’improvviso qualcuno grida TORTA!

Fabio corre giù. Al tavolo si sono sistemati ancora una volta tutti i partecipanti.

Lascio indietro Lei, l’autrice.

Lei non scende per la torta. Resta lì, su quell’altana a guardare gli altri ridere e leccarsi le dita sporche di panna. Lei auto-ri-ferita. Lei sta bene lì. C’è uno schermo che la protegge da quel panorama. È sempre dietro un vetro. Gioca a fare Madame Bovary. Ci ha giocato così tanto con quella futile rappresentazione di sé che ora le si è come incarnata.

Però oggi ci riesco.

La lascio lì.

Torno di sotto, dove si festeggia.

Lidia dice che vuole fare un brindisi. È importante. Tutti stanno zitti di colpo, chi è in piedi si siede. Lei sa come rendere importante quello che dice. Si diverte con serietà. Come se ogni risata risolvesse un pensiero. Lidia solenne è ancora più bella di Lidia indaffarata dietro i fornelli sulle sue zeppe rosse e il vestito a pois.

– Abbiamo brindato un anno fa, quando mi sono trasferita in questa casa e adesso desidero brindare di nuovo al nostro ultimo pranzo qui.

Moti di sorpresa serpeggiano tra i commensali. No. Il sole, l’operaio, il bimbo delle fave, San Giovanni, la macchina pezzata di Mattia. Tutto perduto. Tutto appena trovato e già perduto.

Era successo che il figlio del padrone di casa tornava dai suoi viaggi. Semplicemente. Solo che Lidia teneva fede al suo sorriso, non a quattro mura. Seppur stupende. Sarebbe andata a vivere per n po’ con Romina e i suoi due figli.

Tornai a guardare Lei autoriferita che era rimasta sull’altana. Era indecisa se scendere o no. Diceva che non ce la facevo senza di lei. Che questo era un segnale. Le cose erano impossibili per me. Vedi? Sono impossibili. Diceva.

In cucina c’era già qualcuno che iniziava la lavanda delle stoviglie. Lidia trottava di nuovo in cerca della sua collezione di liquori. I bambini aspettavano il momento fatidico che arriva sempre dopo ogni torta: andare via.

Sara fu la prima a infilare la porta di casa. Poi le due coppie di genitori con rispettivi figli e Rossella. Ci augurammo di rivederci. Fu come alzare la persiana su un giorno di sole.

Eravamo tornati ad essere pochi.

Il caffè borbottava sul fuoco e le tazzine furono messe in fila come soldati sull’attenti.

Si parlò di questo figlioletto del padrone che veniva a reclamare la sua casa. Dell’irraggiungibile quorum che avrebbe dovuto impedire la trivellazione nei mari italiani. Per la prima volta in vita mia ascoltavo e non avevo alcuna voglia né di entrare in quei discorsi né di andare via. Non erano particolarmente brillanti, né felici, né interessanti. Esattamente come me. Non mi osservavo in mezzo a loro né m’importava di capire dove mi trovavo. Mi occupavo solo di stare bene. Lontana dalla connessione internet, dai libri, dalla paura del futuro. Stavo con Lidia che tra un mese doveva sloggiare e si godeva con noi tutta quella bellezza.

Poi anche Mario e Romina andarono via. C’era quasi il tramonto. Finalmente potevo guardare il tramonto a Roma. Non mi era ancora successo. Da che ero arrivata non mi riusciva di scorgere né alba né tramonto.

– Come vi siete incontrati voi due?

Chiede Lidia mentre si toglie le zeppe e si massaggia i piedi.

– Una mattina lei mi ha chiesto un accendino. Per strada. Io stavo leggendo. Eravamo a Perugia e studiavamo lì tutti e due.

Dice Mattia. Quindici anni fa. Non sono poi così tanti. C’è una marea di cose che ancora non ho imparato.

Non so bene come, ma Lidia è arrivata al punto.

– Ho quasi quarant’anni – dice – e non sono abituata a tutta questa solitudine. Voglio condividere. Ho sempre condiviso tutto quello che avevo. Capite?

– So cosa intendi.

Le dico. Ma non è vero. Non so cosa intende. Quello di cui lei parla è solo ciò che ho desiderato, non quello che ho avuto.

– Anche tu sei da sola?

Le rispondo di si. Ma aggiungo che è normale io sia da sola. Negli ultimi anni ho scoperto qualcosa di me che mi ha scaraventato con forza dentro, da qualche parte, al buio. Fino a quel momento ero sull’altana a guardare la vita di sotto e a cercare di entrarci senza muovermi troppo da dove ero. Poi mi sono mossa. Ho fatto male. Mi hanno fatto male. E ora sono qui ma ad occhi chiusi. Mi occupo di sentire il più possibile. Non voglio guardare e basta perché non voglio vedere me stessa e basta. E così mi occupo di sentire. Quando ero piccola sentivo. Tutto. Poi ho smesso.

Lidia mi sorride. Guarda me e poi guarda Mattia. Sorride ancora di più.

Tanto tempo fa, quando io e Mattia eravamo amanti, lui portava questi splendidi orecchini con una piuma azzurra. Si muoveva con grazia e le sue ciglia erano lunghe e affusolate come le sue mani. Quello che sappiamo solo io e Mattia, e che non abbiamo mai avuto bisogno di dirci, è che non siamo stati dei veri amanti. Ci siamo solo trovati e presi per mano.

– E come ti trovi a Roma?

– Bene.

È l’unico posto dove riesco a stare senza desiderare di essere altrove e dove lasciare Lei sull’altana è un’operazione nient’affatto dolorosa. Anzi. Necessaria. Ho solo iniziato a fumare tanto e a mangiare male. Ma per il resto. Sto bene.

Dopo il terremoto che colpì la Sicilia orientale nel 1693, in tutti i monasteri femminili venne costruita un’altana a sostituzione del tetto. Da qui le monache di clausura potevano assistere alle processioni liturgiche restando nascoste e protette dalle gelosie di ferro battuto. Si chiamano proprio così. Gelosie. Tengono lontano il resto del mondo. Sono dure. Arrugginiscono nel tempo.

È per questo che invece di ucciderla, provo a perdonarla, l’autrice. È per questo che ora la lascio lì, sull’altana dietro le gelosie a godersi i tramonti e basta.

Un giorno verrò a riprenderla.

E le sorriderò.

Come Lidia ha sorriso a me.

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