Scittillà

… e i gatti scappano

LITHIUM

texture quilted batting sand colorGirava droghina strana quella volta. Lo Stecco me l’aveva detto che c’era la possibilità di restarci secco. Ovviamente avevamo riso tutti alla sua battuta. Ma mentre saliva la botta lo guardavamo, ebeti, come se sul suo corpo fosse scritta una profezia.

Lo Stecco si chiamava Gianpaolo ma nessuno se lo ricordava più e faceva ridere anche questo. Aveva un’acne craterica come quella di Bukowsky e non s’era mai curato. O meglio. S’era curato a speed e anfetamina.

Dice che non é roba indicata per pelli sensibili.

E lui aveva una pellaccia dura e sensibile come Fonzie di Happy Days.

Sunday Monday ti fai everyday,

Sunday Monday ti fai everyday.

E non te ne fotte un cazzo di niente.

– Non è vero che non te ne fotte un cazzo di niente. Senti meglio. Senti tutto. É proprio perché senti troppo che a una certa devi abbassare il livello dello scontro neuronico.

– Ma che cazzo dici?

– Sul serio, è come dare zuccherini ai cavalli o alle mucche, hai mai provato?

Lo Stecco era nato in campagna. Me n’ero accorto una volta che ci aveva portato a un altro bel ritrovo Hoffman Style Goa Party e ci eravamo fatti l’impossibile. Dopo circa venti ore senza che il diaframma toccasse respiro da sonno ci venne fame. E lo Stecco trovò un albero di sambuco. Ci disponemmo sotto i rami contorti e piangenti di quell’albero. I grappoli pendevano come capelli di donne afro e ci lasciammo calare i frutti direttamente in bocca perché nel frattempo – non so come – c’era venuta la paranoia che eravamo stati venti ore senza lavarci le mani e non potevamo toccare cibo che avremmo poi messo in bocca. Qualcuno ci aveva appena detto che Remo s’era ammalato d’epatite A per colpa delle mani sporche. Ci era presa male. Un personaggio biblico almeno quanto lo Stecco, Remo che in una situazione del genere sarebbe salito sull’albero di sambuco a gridare una della sue poesie.

Teste di luna,

piangete

ancora tutte queste stelle?

Non sappiamo che farcene – riprendetevele – perché non le possiamo toccare.

Siamo caduti.

Il cielo non ci riguarda.

Fateci stelle da tenere sul palmo della mano.

Vogliamo soldi di stelle.

La testa in alto non la piega più nessuno.

Bastardo creatore.

Non mi ricordo se era proprio così. Sicuramente no. Quello che mi ricordo per certo era che lo Stecco veniva dalla campagna perché riconosceva il sambuco e che Remo s’ammalò di epatite A e lo assunsero al desk di un albergo popolare. C’era una legge che faceva assumere per direttissima quelli che avevano alcune disabilità o malattie e Remo ci rientrò. Chiuse i suoi zibaldini e si mise le camicie a quadri abbottonate fino al collo.

Quella del sambuco fu l’ultima sciabolata di zampe a un Makesomefuckinnoise.

Io mi sentivo il cuore ai rave.

Mi amavo.

Mi rispettavo.

Così, all’improvviso.

Sapevo stare dentro quella gente senza perdermi. Come se mi ritrovassi la casa addosso e dentro, qualunque cosa accadesse di me. La casa con me dentro che distruggevo sistematicamente tutto il resto del tempo ma lì no. Sapevo perfino chi ero. E me ne curavo senza alcuna superbia. Proprio la superbia era ciò che in quel perimetro d’esistenza non poteva aggiungersi.

Non aveva motivo, né forza.

A un rave non c’era superbia perché t’impegnavi a restare con te stesso. E con te stesso non sei superbo mai. Tranne quando fai il cutter e decidi che devi sentire dolore per forza, che ti devi ergere sopra tutto il dolore del mondo, che lo devi controllare come controlli il sangue che esce a fiotti e poi lo fermi.

Apri la porta di te, quella analogica intendo, e credi che da lì arrivi dentro.

Dentro di te.

Insomma per non farla tanto lunga quella volta eravamo solo io e lo Stecco e lo Stecco mi aveva lasciato già da qualche ora.

Forse.

Non lo so quanto tempo era passato dall’ultima volta che lo avevo visto. Mi aveva dato una stellina e io avevo pensato a Remo, al sambuco, al sangue e ora mi ritrovavo mezzo tornato sotto cassa.

Era tempo di tornare.

Il Nostos era la parte più delicata.

Potevi giocarti dei giorni imparanoiati se non tornavi bene.

Per bene.

E allora mi concentrai e controllai dove fosse la zona divani.

Mi misi a camminare. Non camminavo da un giorno almeno.

Ballare era il contrario di camminare.

Abbattevi la direzione ma non il movimento. Era bello. Restavi sul posto per ore e ore e tutto si modificava dentro. Senza aprire le porte per dare sbirciatine. Lo sentivi il dentro. Avevo aperto le porte varie volte. Alcune ragazze mi suonavano le ferite rimarginate. Non lo avevo fatto apposta ma era venuta una bella tastiera nel dentro dell’avanbraccio sinistro. E loro ogni tanto me la suonavano. E ognuna si sentiva la prima ad averci pensato. Come se a nessuna potesse mai essere venuto in mente. Tutte credevano di suonarmi le cicatrici a pianoforte per la prima volta.

Eravamo superbi, questo era certo.

Ne avevo prove continue.

Noi maschi lo eravamo fin dalla lingua. Non c’era bisogno di essere femministi per capire che quella roba era una merda. Che non lo volevo il potere che mi avevano dato. Ma era comodo. E ci stavo dentro come tutti quanti. Senza curarmi di loro. Di quelle che la lingua non doveva specificarle per farle esistere, le comprendeva in automatico. Come possesso maschile. Dalla notte dei tempi ma.

Ma non erano cazzi miei.

A me piaceva farmi di Franchcore.

Uno dice le droghe. Ma mica così tanto. Non sono più un ragazzino, certa roba non la reggo più. Lo Stecco invece no. Ci va dritto. Lui le porte sembra non avercele per niente. È tutto fuori. La carne l’ha sputata fuori dai pori seminandola nel mondo sottoforma di grassi sorrisi e pustole di acne.

Per me lo Stecco era bello. Poi fate voi.

Era lui che mi aveva insegnato a tornare. Dava moltissima importanza al Nostos. Entrava in modalità pater familias ed era capace di portarti a mangiare l’orata se gli dicevi che ti serviva a tornare. Aveva un cuore enorme, a dispetto del titolo e dell’aria bulla che gli serviva a non invecchiare. Come Fonzie, l’ho già detto.

Una settimana fa, quando è morto Kurt Cobain è venuto a casa mia alle tre del pomeriggio – che è malsano già così – e si è accartocciato su se stesso appena siamo andati a fare una passeggiata – in casa non lo potevo far entrare perché a mia madre mancano gli strumenti per capire quanto lo Stecco non sia affatto un drogato qualunque ma una persona a modo e tenera come nessuna. Con la mascella che toccava le ginocchia e le ginocchia che piano piano si flettevano sull’asfalto sbattendoci con un sordo suono di coccio, la schiena dello Stecco iniziò a scecherarsi in convulsioni di pianto. Non li ascoltava mai i Nirvana perché diceva che era roba troppo raffinata, che poi si commuoveva come la gente comune si commuove per, che ne so, Eric Satie o roba così. Lo Stecco sentiva l’ardore filato di Kurt e Quello è uno che non è voluto tornare, diceva quel giorno. E io lo sapevo e quando c’è uno che non vuole tornare non ci sono cazzi. Se non diventava famoso campava qualche anno in più ma comunque non sarebbe arrivato alle fine.

Io non avevo una teoria su Kurt Cobain. Anche se ce l’avevano tutti. Pensavo che i Nirvana erano forti ma superbi come tutti quanti. S’erano chiamati come lo stadio più elevato del buddismo, no? O uno dei. L’estinzione del desiderio. Insomma, se non era superbo questo.

Però quello che voglio dire è che lo Stecco aveva sofferto per la morte di Kurt Cobain come se fossi stato io. Forse perfino di più. Che cos’è sta roba che si soffriva per uno che non avevi mai visto?

Io non ci credevo.

Sono stronzo, non ci credo alle cose.

Il cuore me lo sento solo ai rave.

Fuori, nella vita normale di tutti i giorni la gente si fa i cazzi suoi. Tutti entrano in questa modalità di attenzione all’altro solo perché non gli mangi la frittata che s’è appena messo nel piatto.

Ai rave questa roba non c’è.

Di lì a poco mi sarei reso conto che se durava massimo tre giorni – un rave – un motivo c’era.

E cioè che tutta quella roba non resisteva di più.

Magari la sentivo solo io.

E comunque non durava.

Lo Stecco stava ai piedi di una ragazza distesa sul divano con la gambe divaricate che mi sembrò subito particolarmente brutta e piena di fascino. Lo Stecco aveva la testa appoggiata tra le gambe di lei. Sembrava volesse tornarci dentro. E lei l’accoglieva respingendolo alla vita.

Ci misi un po’ a decidermi di avvicinarmi a quella furente Pietà di carne e vestiti sudati quando qualcuno gridò che c’era un leone.

Qualcuno aveva visto un leone aggirarsi nei paraggi.

Ha girato roba davvero strana, senti qua.

No, no. Dicevano.

Accanto allo spiazzo dove si stava concludendo il fatto c’era un Safari con delle gabbie per la notte controllate elettronicamente. Qualcosa non aveva funzionato. O qualche deficiente strafatto aveva scassinato un pannello di controllo e si era messo a giocare con tasti e levette.

Io la odio sta cosa delle droghine nuove, pensai.

A un certo punto iniziarono a correre.

Una ventina di persone prese il volo nel polverone blu delle cinque e mezzo del mattino mentre una criniera marrone chiaro saettava tra i tronchi d’albero al loro fianco. La cosa d’animale più veloce che avessi mai visto in vita mia.Iniziai a correre anch’io. Fortissimo. Scavalcai la rete metallica. Mi strappai i pantaloni su un fianco. Non avevo fiato. Mi fermai un istante per respirare reggendo le mani sulle ginocchia. Quando alzai gli occhi di fronte a me c’era uno spiazzo di sabbia con un capannone col tetto di paglia. Sulla porta stava un’anziana signora nera con un fazzoletto multicolori in testa e un grosso bastone in una mano. Mi piantò degli occhi piccoli e appuntiti in faccia. Pareva potesse uccidermi se solo lo volesse. Ebbi paura. Non potevo tornare indietro. Arrivò un grido di dolore che mi fece correre veloce verso di lei. La donna fece un passo indietro.

– C’è, c’è c’è un leone – le dissi.

La donna guardò sopra la mia testa e poi tornò a guardarmi piena di diffidenza.

– Senta lo so che sembra una cosa dell’altro mondo…

Però mentre glielo dicevo mi sentivo io quello dell’altro mondo. La sabbia sotto i miei piedi, il capanno col tetto di paglia, il cielo che si faceva viola dietro alberi che non avevo mai visto, coi tronchi che parevano disegnati a china e i rami che si aprivano all’improvviso come bonsai giganteschi.

La donna mi indicò una vasca di quelle dove si abbeverano gli animali, lì di fianco a lei. Era piena di bucce secche di frutti che erano stati qualcosa un tempo. Non so come ma capii di dovermici distendere. Il leone sarebbe arrivato di certo. La donna mi aveva creduto per fortuna. Mi calai nelle bucce secche. La sentii ricoprirmi per bene lì sotto quando all’improvviso un tonfo rabbioso e uno schizzo di carne e sangue mi arrivò sulla mano che non avevo fatto in tempo a nascondere nelle bucce e questo mi fece quasi svenire.

Il leone era lì.

Lo sentivo ma non potevo vederlo.

E lui non poteva vedere me.

Aveva ucciso la donna.

Perché aveva protetto me e non se stessa? Piansi e bagnai le bucce intorno agli occhi.

Adesso sarebbe toccato a me.

Impossibile che un leone non sentisse il mio odore. Mi dicevo. O forse col fatto che stava in un safari era abituato agli esseri umani e non lo riconosceva più?

Non si sentiva più niente. Dovevo uscire da lì. Scoprire il corpo straziato della donna. Abituarmi a quella vista. Chiamare qualcuno. Cercare di salvarla. Dove lo trovavo un telefono in quel posto? Alzai la testa e le bucce mi rotolarono addosso. La donna era sulla porta come l’avevo trovata. Guardava lontano. Il suo bastone era sporco di sangue e carne. Ma il corpo del leone non c’era. Se n’era andato a morire lontano. Se fosse stato ferito solo un poco avrebbe azzannato la donna e se fosse morto sul corpo l’avrei visto lì a terra. Dov’era? Glielo chiesi ma capii chiaramente che nulla di quello che dicevo poteva esserle comprensibile. Allora mi alzai. Lei guardava lontano. Stringeva ancora tra le mani il bastone sporco di sangue e carne. Dovevo cercare lo Stecco, il mio unico amico. Assicurarmi che non gli fosse successo niente. Tornai indietro verso la rete metallica. La saltai e corsi a perdifiato. Il fianco mi doleva. Era la milza, come a scuola, quando avevo l’ora di ginnastica subito dopo l’intervallo. Tornai al campo circondato di batik tardoni che non avevo notato fino a quel momento. Ragazzi e ragazze coperti di polvere continuavano il goa. Ma la luce del sole del terzo giorno li faceva sembrare vecchi, pupazzi scoloriti di una soffitta dimenticata che avevano toccato lo splendore delle stelle mentre Remo con la sua epatite non ci credeva più.

Davanti al bungalov di legno aperto sui tre lati, quello dove c’erano i divani, vidi lo Stecco. Fumava una sigaretta e aveva una tazza fumante in una mano. Il cappuccio della felpa calato sugli occhi, ma era lui. L’avrei riconosciuto ovunque.

– Ma dove cazzo è andato?

– Chi?

– Il leone.

Lo Stecco mi diede la sua tazza fumante e mi fece una carezza in testa come se avessi sei anni.

– Il leone – ripeté.

Abbassò lo sguardo sorridendo pronto a coglionarmi e lo vidi impallidire. Mi sollevò veloce la maglietta e guardò spaventato qualcosa lì, all’altezza del fianco.

Un enorme buca si era aperta nella mia pancia. Grondava sangue e ti ci potevi calare dentro come il coniglio bianco.

Iniziai a tremare e poi il buio. Nel tragitto in ambulanza lo Stecco mi accarezzava i capelli e piangeva tutte le sue lacrime come una settimana prima per Kurt Cobain.

Fu allora che decisi di non morire più.

E anche lui.

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IL VOLTO

Si voltò.

Accadeva così.  Ebbi paura dell’accento passato sul suo volto. Mi spingeva ad amarla. Tutta. Tutta la carne che c’era da amare era attaccata alle sua ossa. I capelli le erano cresciuti di almeno un centimetro da quando l’avevo incontrata. Sarei rimasta abbastanza da vederli scorrere e tirarsi e bagnarsi e asciugarsi e tagliarsi di nuovo? Riuscivo a guardarla per qualche secondo, assicurandomi che lei non mi vedesse. Non c’era niente da vedere. Se non mi aveva vista, non mi avrebbe certo vista ora.

Quando era davanti a me riuscivo sempre a spostarmi. Non dovevo farlo proprio nella realtà. Era come dissezionarla, la realtà, evitando di pensare a parole. Me ne andavo. Restavo davanti a lei e mi assentavo. Rispondevo, ballavo, cantavo, ridevo. Ma era un involucro ammaestrato. Stavo altrove. Dove non poteva vedermi.

Perché se mi vedeva cento volte, mille volte, non mi avrebbe voluta con sé.

Non reggevo la realtà.

Funzionavo solo scritta.

Gliel’avevo detto una volta – chissà se lo ricordava – che funzionavo solo scritta. Gli occhi diventavano bottoni. Si schiacciavano contro il mondo e sapevi le cose. I sensi facevano l’etichetta alle cose. Non toccavi. Non andavi da nessuna parte. Non c’era alcun odore. Il suo odore era come il primo odore del mondo. Carne squarciata per far passare la vita. Pelle sottile d’ali d’insetto, esile copertura di visceri senza colpa.

Non mi voleva. Me l’aveva detto. Non mi voleva. Il che era la cosa più certa che conoscevo dopo lo squarcio. Per questo quando si voltava desideravo sparire. E invece no, scivolalo con violenza contro il muro del suono della sua voce che era come fatta di minuscole mani che prendevano il mio volto e mi costringevano a stare dentro al suo.

Odiava i supereroi perché era lei il supereroe. E come tutti i supereroi non lo sapeva. Almeno non lo sapeva in quell’istante lì, mentre si voltava verso di me e quello che c’era dietro le sue ciglia filate erano pupille nere e dure come proiettili.

Dentro un volto così

c’era tutta la fragilità dell’universo.

E mi struggeva.

Gli occhi s’infrangono, diventano cocci, tagliano senza volerlo, erano altro prima, facevano un intero che conteneva e si usava alla vita. Un tempo avevo un volto. Poi ha straripato e da allora ho mancato di costruire gli argini. Ho tolto direttamente il fiume. Le vene. I volti degli altri. Ho tolto i volti. Non ti posso sentire perché non ti so contenere.

Torno indietro.

La scrittura s’avvolge come nastro di musicassetta d’immondizia. C’era una volta il mangianastri. La riproduzione analogica. Dovevi toccarlo il suono per sentirlo. Sfilava sotto le mani quando non avevi batteria nel walkman e pur di riascoltare ancora quella canzone prendevi una biro, ci toglievi il tappo e andavi di svita avvita con le mani.

Non lo so perché non riesco a guardarti. Ecco perché ne scrivo. Perché non lo so. Non so le cose che scrivo, me le invento. Scrivo per non sentire. Perché non lo so contenere, quello che sento. Se sento e tu non senti, se ti volti ed è il mio volto che vedi, di colpo io non ho più volto. C’è solo il tuo.

Sono io che ti tengo fuori, metto in funzione la macchina da corteggiamento coatto. Strimpello la tua bellezza al mondo perché così mi starai sufficientemente lontana da non vederti voltare. Perché è lì che s’inceppa. Turbina quando sei dall’altra parte della città e ci sostiene uno schermo, e le parole mi scoppiano le dita come fuochi d’artificio. Ma quando ti volti la macchina s’ammorta e le mie mani si fanno senza requie – striscerebbero sotto quel maglione che non togli da giorni.

Non saper guardare un volto vuol dire non saper stare lì a desiderare fino infondo. Non sentire. Scrivere di un volto significa non amarlo. E la vera tragedia è aver paura quando ti volti perché è lì che scaccio a pugni la vita stessa.

Questo so oggi.

In quel nanosecondo infinitesimale in cui ti guardo mentre mi guardi la moviola registra l’apprendimento neuronale – a specchio – del sentire altrui.

Mi imito dentro di te e muovo in angolo luce

questo mio volto che ha squarciato la carne e ancora chiede scusa. 

Eppure lo so.

Non c’è che il chiaro niente dell’animale che persegue chi è senza sapere di conoscere già tutto quello che gli serve.

L’INVINCIBILE ESERCITO DELLE PAROLE COLTELLE

Uno scossone le fece cadere giù.

S’era sentito un tonfo quando la goccia aveva toccato terra. L’avevano sentito gli altri?

Si guardò intorno.

Stretti contro il suo corpo una decina di altri esseri umani. Pezzi di carne prensile attaccata al giallo delle sbarre del tram.

Quella mattina non li guardava. Sentiva soltanto l’odore del loro fiato. Era fetido, ma non le faceva schifo. Il capitalismo faceva schifo. E quel fiato era il risultato del capitalismo.

Intestini nutriti di grassi saturi, denti distrutti, bacati, sui quali un medico della mutua si era affacciato con rassegnata impotenza, ulcere covate e sanguinanti, alitosi da epatiti mai scoperte, bronchiti croniche, tonsilliti combattute a botte d’aspirina, sinusiti mai curate. L’odore della bocca degli ospiti convenuti sul 19 che correva la Prenestina raccontava l’abominio del sistema capitalistico.

Lei lo sapeva e ad ogni modo aveva la scarsa sensibilità di piangere solo per i cazzi suoi.

Il capitalismo faceva pure questo. Piangi, piangi, piangi senza requie alla vista di un nome su un social network. Intuisci le sue nuove conoscenze, il rispetto immeritato che qualcuno le regala. Se solo sapessero, ti dici. Se solo sapessero quanto male m’ha fatto sta tizia. Se solo avessero idea del veleno che m’ha iniettato nel cuore.

Ma nessuno lo sa.

I social network sono solo cessi in cui defecare il meglio del proprio ego.

Lei lo sapeva, il capitalismo lo sapeva e lo sapeva pure quel ragazzo che la fissava da almeno dieci secondi, ritto lì, al suo fianco. Quella mattina s’era arrogato il compito di spalancare le porte malandate del tram. S’aprivano solo di una ventina di centimetri e lui le allargava tipo Hulk ma senza emettere suono. Si vedeva che la cosa lo rendeva felice.

Che guardi pure, si disse .

Forse il primo passo era non aver paura di piangere dato che il motivo per cui non si piange è spesso solo il timore di quello che pensano gli altri. E il capitalismo sa anche questo. Così come sa che si ride spesso senza ragione solo perché gli altri pensino che sei felice. Se piangi pensano che sei triste. And that’s not cool come dicono questa specie di esseri umani andati a male che sono gli americani.

Questo comunque mi guarda ancora.

Non le dava fastidio. Solo non era contemplato che qualcuno la guardasse in quello stato e che a lei dovesse pure fregargliene qualcosa. Per cui, siccome a cercare un cazzo di fazzoletto nelle tasche dei jeans o dello zaino è matematico non averne, s’asciugò il mocciolo sull’avanbraccio sperando che tale operazione facesse ritrarre lo sguardo del malcapitato con disgusto. Ma no. Quello era lì. A fissarla. Allora decise di ignorarlo. Sapeva troppo bene che se solo per caso lo avesse guardato in faccia di sicuro – di sicuro – quel tizio le avrebbe detto qualcosa.

E il dolore è sordo, non lo sai?

Il dolore è sordo come le bestie che cercano cibo.

Tengono fame.

Stop.

Devono comandare.

Stop.

E così è il dolore.

Tale e quale solo a se stesso.

Ineluttabile come la morte. C’era scritto in tutti i libri.

Non lo sapeva? Non glielo avevano detto?

Doveva dargli un pugno per spiegarglielo?

Anche la ragazza dall’altro lato s’era accorta che piangeva. E anche lei la guardava mentre si reggeva alla sbarra di ferro giallo e malediva le sue scarpe troppo strette. A suo modo però, e a differenza di lui, sapeva partecipare. Restava muta a far finta di guardare fuori. Riusciva solo a trasmettere intermittenti onde cromosoma fuxia – inanellate a cerchi e croci in basso – che lei c’era. Non stava lì e basta. Se fosse svenuta o avesse deciso di sbattere la testa contro il vetro lei avrebbe messo una mano tra la fronte e il vetro gelido e l’avrebbe bloccata.

Tipo Jessica Jones.

Quindi la guardò.

La ragazza distolse subito lo sguardo forzandosi a non avere alcuna espressione.

Così si fa.

Brava.

Ci sei e ti curi di me senza ostentare. In silenzio.

L’altro fianco invece era quello della spina.

Il tizio la fissava ancora.

Altre tre fermate. Solo altre tre fermate.

Ce la puoi fare.

L’Esercito Delle Parole Coltelle invadeva il suo telefono. Si trattava di un nemico chiamato alle armi da lei stessa. Un giorno si svegliava con il corno tuonante e le parole coltelle, grondanti sangue e budella venivano a chiedere vendetta. “Ti taglieremo la testa!” gridavano. “Ti strapperemo il cuore a morsi e con i tuoi occhi faremo gioielli da mettere al dito delle nostre dame”. L’esercito delle Parole Coltelle era stato forgiato da La Stronza Cosmica, secoli prima, ed erano così ben fatte da sperare nell’eternità. Avevano il potere supremo di galleggiare nel sangue, come pezzi di cancro che restano in attesa, lì dentro, tutta la vita. L’Invicibile Esercito delle Parole Coltelle usa una sorta di napalm ad azione differita. Sparge il suo seme di odio. Cova, lì nel sangue, ignoto a chi se ne nutre. Presto si sarebbe fissato in un organo a caso e ne avrebbe deciso la disfunzione, bruciato i suoi collegamenti al resto del corpo.

Chi aveva creato quell’esercito mancava di corpo. Viveva in un viscido tempo strozzato dallo spazio. Una mente cyberscopica e guasta voleva infettare un’altra mente. Il compito di quell’esercito non era farti morire, ma vivere con l’orrore di essere stata infettata.

L’odio è il contagio.

Le parole coltelle riempivano gli intestini di ulcere, come il capitalismo. Una fuliggine copriva cuore e polmoni e smettevi di respirare.

Avesse almeno avuto un grido da attutire, occhi arrabbiati da scontornare col ricordo, pensava.

Niente. La Stronza Cosmica era come il capitalismo. Un orrore senza volto. Forgiatrice di eserciti maledetti di parole scritte.

Demone da tastiera.

I suoi occhi affilavano parole coltelle e le scagliavano contro chi non era come lei s’era immaginata. Contro chi non era come doveva essere.

Le parole coltelle non erano semplici parole. Erano esatti bisturi chirurgici pronti a penetrare – again – in ferite note. La vittima aveva indicato tutti i luoghi del suo corpo dove i tagli pulsavano, perdevano umori e dolevano implacabili. Condensata la conoscenza, la lama si faceva lucente.

Non poteva capire l’esercito delle parole coltelle senza morirne. C’era da affrontare una battaglia ad armi pari.

Se qualcuno ti dice che non vali niente questo presuppone che chi lo dice sia certo di valere qualcosa.

Il giochetto era tutto lì.

Lei lo sapeva, sapeva tutto, individuava i meccanismi eppure restava a sguazzare dentro ai ventri espulsi, squarciati, dalla parole coltelle… arraffava i resti di cibo avanzato e putrefatto dal sistema digestivo esploso.

Perché?

Ci stava alle sicurezze altrui. Ci doveva stare per forza perché non ne aveva di proprie. Doveva starci per quel putrido amor di sé riflesso.

Le briciole raccattate sotto il tavolo.

Trentatrè anni di schiavitù e non sentirli.

La Stronza Cosmica valeva qualcosa solo perché la sotterrava con un Esercito Invincibile? Era questo dunque? Schiacciare la testa dell’altro sotto parole-buldozer perché chi viene colpito mai più parli?

É questo?

É dunque questo che ti rende migliore di me?

Farmi male? É questo a rendermi reale?

È questo quello che voglio da questa cazzo di vita?

Qualcuno che mi manipola nel tempo, nel silenzio, su una merda di display del telefono, con la costanza e la volgare coazione a ripetere di un tarlo?

La porta di uscita di quel tram era proprio incastrata. Non si apriva più di venti centimetri e nessuno che la spalancava se non quel piccolo Hulk mattutino. Voglio scendere, fatemi scendere. E alla cabina dell’autista giungeva un impulso elettrico che tornava indietro sottoforma di forza motrice che s’interrompeva bruscamente davanti a quella porta. Quel tanto che bastava all’autunno di pioppi, lecci e platani di volteggiare un istante. Perfino le foglie cadevano di nuovo.

Perfino le foglie modificano il loro stato.

Solo lei no.

Finora.

Sembrava profilarsi all’orizzonte una battaglia finale.

Non bastava la carie capitalistica.

Tu sei. Sei. Sei così. Sei. Sei. Tu sei. Sei.

Al cadere di ogni foglia s’affilava un aggettivo.

E tu. Come cazzo sei tu?

Una mano le toccò la spalla. Strinse con delicatezza il pezzo di scapola protetto dal giaccone. Il ragazzo-spina avrà avuto dieci anni meno di lei. Balbettò dunque. Lo sguardo di lei non doveva essere incoraggiante. Ma lui voleva assolutamente dirle che domani sarebbe stato meglio. Solo che non poteva perché la guerriera sconfitta dall’Invincibile Esercito Delle Parole Coltelle non ci credeva più alle parole. Si voltò di scatto e tolse la mano del ragazzo dalla sua spalla.

– Io non ti conosco

Il piccolo Hulk balbettò. Ancora.

Riconobbe quel gesto di ragazzo. Era capitato anche a lei di volerlo fare, altre volte, a sua volta, a qualcuno che piangeva per strada o su un treno o nella sala d’attesa di un pronto soccorso. Si deve essere pazzi o anziane signore napoletane per sentirsi padroni del mondo fino al punto da invadere lo spazio d’azione di un altro. Fino a credere che quelle lacrime stiano lì per essere viste.

Aveva desiderato tante volte incrociare per caso, mentre piangeva, chi le aveva procurato quel pianto. Muovere a compassione chi non voleva più vederla e aveva negato lo scontro finale. Lacrime che avrebbero potuto sancire una gloriosa separazione.

Quanto era stupido, all’improvviso, quel pensiero. Commiserevole, stolto, negletto. Un Esercito nemico delle Parole Coltelle si muoveva scaltro e senza armi. Era fatto di acqua salata e corrodeva ogni cosa. Ci sarebbe stata davvero una battaglia finale?

–  Grazie. Ma io non ti conosco. – disse al ragazzo

La porta del tram si aprì di nuovo. O almeno ci provò. Finora il ragazzo l’aveva allargata con forza per far uscire le persone. E tutti gli avevano detto grazie. E lui aveva sorriso quasi festante perché nell’universo, quel giorno, c’era bisogno di lui.

Lei non gli aveva risposto male, non si era ritratta con orgoglio, non era rimasta immobile per non dispiacere l’altro.

Non aveva sorriso.

Fu un bene anche se non riuscì a capirlo subito.

E non riuscì nemmeno ad aspettare la fermata giusta.

Le porte si aprirono di nuovo solo a metà e il ragazzo non ebbe la prontezza di spingerle come aveva fatto fino a quel momento.

Lo fece lei.

Le foglie scricchiolarono sotto i suoi piedi come la carta unta di un kebab fumante.

Si cercò tre euro e cinquanta nelle tasche per comprarne uno proprio lì.

Alla fermata sbagliata del tram.

VIA DEI CONDOTTI LACRIMALI

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Prologo

C’era stata una vita, prima, Ada se lo ricordava. Solo non poteva dire di cosa fosse fatta. Quando Giulio la guardava dritto negli occhi, inorridito, lei provava con tutte le sue forze a ricordare. C’era stata una vita, prima.

Ma com’era?

Ad occhi chiusi Ada era fatta di paura. Colava via dal letto e s’andava a infrattare tra le pieghe del tappeto, sotto il divano, il tavolo, la sedia e arrivava fino alle ante del balcone e poi giù giù giù dalla casa alla strada dove le automobili a singhiozzo cominciavano il loro valzer di rombi quotidiani.

La paura le divaricò gli occhi. Un bisturi di nome sole. E dava modo di vedere tutto il dentro di fuori.

Com’era la vita prima di Ester?

Mattina

Aveva chiuso gli occhi con la stessa voglia di piangere con la quale si svegliò. Da molti giorni funzionava così. Il cuore aveva fatto il verme come una noce. Era piccolo come una noce. Vecchio, rugoso e storto come una noce. Era un cuore bacato e stupido come tutti i cuori. Nessuno poteva piangere, mica solo lei. Ada non vedeva mai nessuno piangere. Per strada, mentre andava a lavoro, in tram, in metro, al bar, nessuno piangeva.

C’era stata una vita, se la ricordava. Aveva poco più di vent’anni e. C’era stata una vita prima di Ester. Solo non se la ricordava senza piangere.

Ester era un nome che andava bene col suo cognome. Che cosa succedeva quando si sposavano due donne? Chi prendeva il nome di chi? Si poteva scegliere di prendere il cognome dell’altra? Come funzionava con la discendenza?

Ester conosceva certo la risposta. Ada non poteva dire se sarebbe stata quella giusta, ma sapeva con certezza che Ester aveva una risposta. Era più grande. Aveva avuto più tempo di chiedersi le cose. Ada no.

Era maggio e la paura di Ada irrigò gli alberi di magnolia in fila sotto il suo balcone. Erano piante alluvionali, le magnolie, perfette per stare lì, pensò.

A Roma dicevano ‘stacce’ quando le cose erano come erano e non si potevano cambiare. ‘Stacce’. Si, ci sto, basta che mi dite dove.

Ada provò a respirare. Perdeva liquidi venerei, il pianto s’era fatto rigagnolo e c’era qualcosa come una valvola dentro lo sterno che era rimasta aperta. Non le riusciva di chiuderla. Per questo il suo corpo rimaneva perennemente umido, poroso, alcuni pezzi si staccavano e scorrevano via. Verso le magnolie.

Una strana fantasia quella della perdita d’acqua. – Chiudi il rubinetto! – le aveva detto Giulio una sera. Voleva farla ridere di quelle lacrime. Con un pennarello scrisse ‘lacrimali’ sotto a ‘via dei condotti’, la targa di marmo all’angolo della strada omonima. Ada aveva a malapena sorriso.

– Chiudi il rubinetto! – disse di nuovo mettendosi le mani nei capelli con quelle sue smorfie da teatro. – Fai acqua da tutte le parti – Ed era vero. Ada faceva acqua da tutte le parti. Perdeva liquidi venerei, amorosi e dolorifici.

Adesso doveva proprio alzarsi dal letto. In cucina c’era la stessa moka di ieri, lo stesso latte, la stessa marmellata e in punta di piedi avrebbe afferrato il barattolo dello zucchero in cima alla credenza. Come ieri, come l’altro ieri, come un mese prima. Avrebbe afferrato al volo un cucchiaino dal portaposate e aspettato la pace del caffè.

Ada s’alzò e fece esattamente tutti quei gesti quotidiani, primi, che un pochino consolano. Provò a pensare che per smettere di fare acqua da tutte la parti doveva figurarsi d’essere una macchina. “Sono un congegno elettronico e coi liquidi m’inceppo”. Sorrise.  In fretta e furia acciuffò i vestiti del giorno prima che sganasciavano muti sul divano. Jeans, e felpa. Prima si mise la canottiera al rovescio, la maglietta era scucita – ma lei non lo sapeva – e uscì di casa.

Un tram, un paio di fermate di metro e poi un bus. Ada aveva due lavori. Quello della mattina era una robetta di poco conto in un bar verso Centocelle. Non sarebbe durato a lungo. Sostituiva la moglie del boss che era al nono mese di gravidanza e da un momento all’altro poteva entrare qualcuno gridando che le si erano rotte le acque. Come nei film. Ada pensò ‘all’acqua che si rompe’. Un vascello che taglia i flutti e parte per i mari caldi del Sud, a vele spiegate, verso il sole. Non era certo la sua stessa acqua. Lei la perdeva, non la rompeva. Anche perché Ada era vuota. Non aveva ragione di credere che un giorno qualcosa potesse lievitarle lì in basso. Voglio dire. Dovevano accadere troppe cose prima. Nessuno era come Ester. Con lei si che avrebbe messo un tappo sufficientemente saldo per far galleggiare un tubero amniotico nella pancia. Un giorno.

Ma tanto che ci pensava a fare?

– Chiudi il rubinetto! –

Sorrise ricordando Giulio che montava sul cassonetto nella via più chic della città per scrivere ‘lacrimali’ sotto ‘via dei condotti’.

Stare dietro al bancone di un baretto di quartiere non era male. A una certa arrivavano Peppe, zio Mario e Adalgiso, cacciati dalle proprie rispettive mogli, e si mettevano a giocare a briscola. Alle otto in punto, invece trovava già  Mimì, un signore con la brillantina nei capelli. Era vedovo da un paio d’anni. Mimì faceva la sua prima colazione al bar poi andava a zonzo. Tornava per giocare con Peppe, zio Mario e Adalgiso verso le dieci. Loro non lo sapevano che Mimì alle otto in punto era già al bancone a guardare il culo a Ada. Certo per il caffè. Il caffè e il culo. Ada non se ne doveva accorgere. Aveva fatto un patto con se stessa. Lasciar perdere. Tanto era un lavoro già finito e non c’era modo di risolvere la cosa senza nervi. Le venne da piangere, ancora, si sentì stupida e tornò ad asciugare tutte le tazzine e i bicchieri appena tirati fuori dalla lavastoviglie anche se non ce n’era bisogno. Mimì dopo averle guardato il culo uscì agitando il suo bastone. Le fece un sorriso unto come i suoi capelli. Ada lo guardò. Sarebbe stato meglio che le mogli non morissero mai. I ‘compagni di merende’ sono peggio della yazuka, pensò Ada.

La mattina trascorse lenta come tutti i giorni. Dopo le nove il lavoro diminuiva e fino a pranzo Ada doveva trovarsi qualcosa da fare o farsi trovare dal boss mentre la stava facendo. Andava bene anche una cosa inutile. L’importante era che lui sentisse i cozzi dei bicchieri e la vedesse muoversi. Una volta l’aveva beccata che leggiucchiava un libro e con gli occhi iniettati di sangue le disse che non andava mica bene, che sua moglie fino al sesto mese aveva pulito la polvere dagli scaffali dei cioccolatini del 1992 – che dovevano sembrare buone anche se non le vendevano perché erano da esposizione. Che stava facendo lei?

– Preparo il prossimo esame – rispose Ada.

– Che esame? – fece il boss.

Era Sociologia della devianza ma lei disse solo Sociologia per non vedergli fare quel suo ‘Eh?’ che significava solo una conversazione inutile in arrivo. Quel giorno le venne offerta l’opportunità pratica di vedere a cosa conducevano certe ‘deviazioni’ dalla norma.

A fare la norma.

Appunto.

Ad ogni modo, Peppe, zio Mario e Adalgiso stavano giocando già da un paio d’ore il che voleva dire che a breve sarebbero andati via. Il boss tardava, come al solito. Magari era oggi che si rompevano le acque. Il cellulare di Ada squillò e sul display comparve il nome di Giulio.

– Ehi.

– Ciao, sei a lavoro? – chiedeva una voce immersa nel traffico di via Nomentana.

– Si, ma tra un po’ stacco e vado al ristorante.

– Ah bene.

– Che?

– No, dicevo bene perché oggi è il compleanno di Andrea, quel mio amico che suona blues, te lo ricordi?

– Si.

– E niente andiamo da lui, sta verso San Lorenzo..

– A che ora?

– Ma non so, verso le undici.

– Ok

– Oh.

– Eh.

– Un po’ d’entusiasmo!

– No è che… Andrea è simpatico ma ci stanno quei suoi amici di quel collettivo lì di scrittori.

– Chi?

– I fumettari. Quelli che si credono sto cazzo.

– Ah.

– Si. Ma chisselincula ci sarà pure altra gente mica devo stare con loro?

– Stai con me.

– Se, vabbè come l’altra volta che m’hai mollato in quel posto di merda per quel tipo, come si chiamava? … – fece Ada in tono canzonatorio.

Nessuno era più checca di una checca come Giulio. Che per giunta di cognome faceva Buco e se ne vantava. Risero e si salutarono. Giulio la richiamò dopo meno di dieci secondi. Ada rispose divertita. Dall’altro capo del telefono la voce del ragazzo, sempre immersa nel traffico, gorgheggiò con imponenza Lacrimosa dies illa, qua resurget ex favilla judicandus homo reus. Amavano il Requiem. Erano andati a sentirlo al Teatro dell’Opera una volta. Erano due personcine a modo Ada e Giulio. E Giulio scherzava ma aveva una voce. Ada rise di nuovo e gli disse ‘scemo’ pensando alla faccia della gente accanto a lui in quel momento. Il boss arrivò e s’accigliò subito quando la vide sorridere e posare il telefono. Non la salutò nemmeno ma controllò che tutto fosse in ordine. Pure sullo scaffale dei cioccolati del ’92. Ada disse che doveva scappare e lui che questo mese la pagava un po’ in ritardo. Ada stava per chiedere perché ma lui la fermò. Erano partiti i prelievi per il bancone nuovo e lui non ci poteva fare granché. Godeva a farle quel piccolo dispetto. Ada si tolse il grembiule, andò nel bagno e si rimise i suoi scarponi da combattimento. Stronzo. Pensava. Stronzo, stronzo, stronzo. Un lieve odore veniva dalle sue ascelle. Avrebbe tanto voluto farsi una doccia ma non c’era tempo. Salutò a denti stretti quell’essere abominevole mentre infilava la felpa e quando si piegò per riprendere lo zaino da terra i quattro compagni di merende le stavano guardando tutti insieme il culo. Ada uscì masticando una bestemmia. Il 556 maledettissimo le stava passando proprio in quel momento sotto al naso. S’incamminò a piedi, cercando una sigaretta nel taschino davanti. L’accese e mise il cervello in pausa. Sentiva tra il fumo quel suo odore ascellare, ovulatorio, che poteva diventare sempre più intenso. Non sapeva se erano peggio le lacrime o il sudore come acqua corporea. All’altro lavoro avrebbe avuto modo di lavarsi in quel piccolo bugigattolo che avevano per spogliatoio. Portava sempre una camicia bianca pulita nello zaino. Sempre proprio no, di solito diciamo. Qualche volta capitava di lasciarla nella biancheria da stirare.

Ada si bloccò. Rovistò nello zaino.

Non aveva una camicia bianca pulita, ma solo un vecchio foulard di pashmina col quale si reggeva i capelli quando toccava a lei passare lo straccio nei bagni.

Pomeriggio

Il sole splendeva alto sulle barricate edilizie di Trinità dei Monti e una folla di turisti si accalcava a guardare la pubblicità della Skoda con le due guglie della chiesa sullo sfondo. Ada non aveva tempo. Sgusciò nella calca come un’anguilletta lucida lucida respirando solo quando svoltò nel vicoletto de ‘Il trippaio’, il semilussuoso ristorante dove lavorava. A dispetto del titolo infatti – agli inizi del Novecento il nonno di Ciborio, padrone attuale dell’attività, aveva aperto, in quel gomito di case, un anfratto dove gli arrivava un po’ di trippa a buon mercato da un vecchio compare di Sacrofano – il ristorante si fregiava di un menù prestigioso e tutto a base del delizioso budello. Dalla Zuppa Marescialla alla trippa alla romana coi pomodori, lampredotto fiorentino e trippa alla genovese per non farsi mancare niente. C’era da dire che i turisti, soprattutto americani e tedeschi, andavano pazzi per quelle frattaglie. In quanto a Ada… Il suo vegetarianesimo spinto fin quasi al veganesimo era fonte di continui lazzi. Salah, il cuoco che veniva dal Marocco e cucinava una trippa di Moncalieri da leccarsi le dita, la chiamava maeiz che significava ‘capra’ in arabo. Però lo diceva con eleganza e le preparava grosse insalate guarnite con del formaggio abbrustolito, delle pesche e del miele. Ada ne andava pazza. Sperava in cuor suo che oggi Salah le avesse cucinato proprio una di quelle. Con l’uvetta passa e le carote tagliate sottili. Ma appena mise piede nel locale s’accorse subito che l’aria era fatta di cemento. Non era la frittura pantagruelica, erano proprio tutti nervosi e basta. Ada andò a sciacquarsi le ascelle, si rimise la camicia gualcita e in odor di brutalità e quando si sedette al tavolo insieme agli altri avevano tutti quanti la faccia contratta e gli occhi bassi. Salah gli sbatté il risotto ai porri sotto il naso e iniziò a gridare a Ciborio che lui se ne andava, che era stufo, che aveva tre figli, che non era possibile pagassero loro le sue idee del cazzo. Non disse ‘cazzo’ ma questo era il senso. Al volo Pasquale, uno dei camerieri, collega di Ada, le passò un volantino sul quale c’era scritto che ‘Il trippaio bis’ inaugurava proprio quella sera. Che nome di merda, pensò Ada. Ciborio apriva un nuovo ristorante a Trastevere. Lì dentro ci metteva Hanna la ragazza con gli occhi di ghiaccio che veniva dalla Moldavia e che gli aveva fatto lasciare moglie, figli e madre paraplegica. Tutte le volte che Ada vedeva Hanna pensava che doveva essersi innamorata per forza di un uomo come Ciborio. Aveva la panza, il riporto, un sigaro puzzolente in bocca, ed era uno che non credeva a niente a parte il Berlusca. Ancora. Uno di quelli che sperava di rivederlo sulla cresta dell’onda – con nuovo trapianto di bulbo capillare in testa – perché il Cavaliere rappresentava tutto quello che lui avrebbe voluto essere. Certe cose sono semplici. Stessa età ma più capelli, una moglie ventenne gnocca, il sorriso smagliante e soprattutto un sacco di gente al suo servizio. Ciborio credeva che solo i migliori ce la fanno. Quelli che si lamentano sono dei perdenti, diceva. Prendi Salah, per esempio. Com’era arrivato quel lagnoso in Italia? Ciborio pensava che era meglio non saperlo se no gli toccava pure fingere una certa partecipazione.

Ad ogni modo quel giorno era di magro. Ada, alle prese con il ritrovamento della sua vita prima di Ester decise di mettere il pilota automatico e di lavorare e basta. Fare le cose. Infilarsi in questo vortice di ordinazioni, trasporto piatti, bottiglie, posate, metti e togli tovaglia, sorrisi di nanosecondi presto mutati in sbuffi. Era l’unico modo per non sprofondare nei pensieri al congiuntivo. Se fossi stata. Se solo lei avesse capito. Se ci fosse stato il tempo di. Se mi fossi accorta.

C’era stato un tempo in cui lei non conosceva ancora Ester eppure il mondo esisteva già. Rideva, piangeva, scopriva le cose. Ada lo sapeva che era solo un escamotage quello di ricordare il pre-Ester. Il piano era tramutare l’escamotage in una porta d’uscita. Una volta fuori avrebbe irriso alle tecniche da ‘ricovero di cuori infranti’ e sarebbe andata avanti. Ma pure il tempo al condizionale faceva danni. Anche quello non era presente, né passato, né futuro. Congiuntivo e condizionale erano il tempo dell’alibi, dell’incostanza, dell’autoindulgenza. Pensava così Ada, mentre un grosso omaccione si alzò all’improvviso dalla sua sedia e non potendo evitarlo, venne completamente ammollato nel verde della trippa agli asparagi che Ada stava portando al tavolo tre. Successe quel che successe dopo. Il grosso signore gridò, Ada si scusò, Ciborio dalla cassa fece segno che le avrebbe tagliato il collo e così via.

Sera

Mancava solo un’ora alla fine del suo turno. Andò in bagno e lì allo specchio riuscì solo ad emettere qualche rantolo di respiro. Quando alzò lo sguardo sull’immagine discinta e contratta allo specchio il suo condotto lacrimale emise la sentenza. Un rigagnolo scuro di mascara solcò una guancia, poi l’altra, poi di nuovo quella di prima. Pasquale entrò e disse che Ciborio le aveva ordinato di andare a Trastevere a dare una mano ad Hanna. Ada pianse più forte. Voleva andare fuori di lì, si. Chiamare Ester e farsi cacciare via. Santa Ada di Via dei Condotti Lacrimali aveva bisogno di prendere ancora tante di quelle scudisciate per assurgere all’empireo regno delle divinità…

– Tu non fai mai domande. Credi di sapere già tutto. Sei una presuntuosa. Pensi di essere importante e invece non sei un cazzo. Non servi a nessuno. Non certo a me. Non ho mai voluto costruire niente con te. Basta. Fine della storia. Stacce!

Questo avrebbe detto Ester. Ada pianse più forte. Pasquale la guardò come se fosse un animale di specie rara. Le diede un timido buffetto sulla spalla e mormorò qualcosa che Ada non sentì. A quel punto non restava che rimettersi la felpa e andare da Hanna. Era meglio così. L’aria fresca del tramonto le avrebbe fatto bene. Prese i suoi vestiti non da lavoro e li appallottolò alla rinfusa dentro lo zaino. Si tolse il grembiule e uscì dal retro. Con la coda dell’occhio vide che Pasquale riferiva a Ciborio che era andata via e che lui scuoteva la testa. Forse bestemmiava.

Non lo avevano inventato un farmaco per smettere di pensare? O forse si? Certo qualcosa per gli schizofrenici o per i depressi cronici. Ci doveva essere della chimica indotta da qualche parte che impediva alla gente di farsi del male. Poi un piccolo pensiero attraversò Ada come quei bagliori inconsulti di sole sul vetro di una finestra che si apre. Erano parole. Si stava male o bene, infondo, per delle parole. Suoni. Iniziò a ordinarsi di percepirle come suoni e basta. Ada era un gatto e attraversava le vie della città furtiva senza pensare a niente che non fosse la propria sopravvivenza. Le parole erano suoni e la vita era una continua ricerca di cibo, acqua, calore e riparo. Nient’altro.

Quando arrivò a ‘Il trippaio bis’ Hanna era già in ghingheri. Dirigeva con le dita smaltate giallo oro e il suo accento duro e rotondo quattro o cinque camerieri già impazziti. Aveva al collo una collana di perle azzurre in rima coi suoi occhi. Quando vide Ada non riuscì nemmeno a sorriderle come si sforzava di fare le altre volte. Le gridò subito come mai ci avesse messo tanto e che si andasse a lavare la faccia e a sistemare che era un mostro.

In definitiva Ada non era un gatto.

Altrimenti avrebbe dovuto addentare la giugulare della matrioska anoressica che aveva di fronte e lasciarla guaire in un lago di sangue caldo.

Provò a rimettere il pilota automatico come aveva fatto prima e a stare attenta agli elefanti sottoforma di esseri umani che si alzavano all’improvviso dalle sedie. Andò bene. Magari era l’odore di vernice fresca che le metteva quel sottile buonumore post martirio. O il fatto che Hanna era comunque ridicola qualunque cosa facesse o dicesse e Ada riusciva lo stesso a ridere di lei nonostante l’avesse chiamata mostro.

Anche quello era solo un suono. Per di più forse Hanna non si rendeva ancora conto del significato delle parole in italiano. Erano solo suoni anche per lei. E la sera doveva sempre aprire le gambe a Ciborio. E lui non era certo solo un suono. Indi per cui. Povera Hanna. Lei e la sua collana di perle azzurre.

E comunque a Ada serviva imparare a ‘stacce’ dicevano. Ester le diceva. Ester diceva, diceva, diceva tante cose. E pure Ada diceva, diceva, diceva tante cose. Solo che quelle di Ester erano secche ed esatte. Ada scioglieva le sue in litri e litri di acqua e così non ne restava nulla.

Sentì il telefono vibrarle nel taschino del gilè. Era Giulio che le chiedeva dove cazzo fosse finita. Ada in fretta e furia spiegò la situazione.

– A che ora stacchi allora?

– Non lo so, credo intorno alle undici.

– Ma non è possibile…

– Lo so, ho combinato un guaio e non posso…

– Oh ma non è stata colpa tua, dai. Può capitare a tutti.

– Dici?

Giulio si arrabbiò e le disse che alle undici passava a prenderla a lavoro e che sarebbero andati subito alla festa, tanto era lì vicino. Ada protestò. Voleva tornare a casa, mettersi davanti al televisore, mangiare chili di cioccolato fino a che il mondo non gli chiedeva scusa.

– Niente da fare. Alle undici sono lì, lacrimosa.

Giulio riattaccò il telefono. Ada emise un sospiro e provò a inghiottire il nodo d’acqua che si preparava nel viottolo della gola.

Siete mai stati, da vegetariani, all’inaugurazione di un trippaio? Nemmeno Ada fino a quel momento. Pensava che il peggio fosse stato pulire i fegatini di pollo per il patè dei crostoni, ma quello superava di gran lunga le sue precedenti esperienze lavorative. C’erano signorine moldave, polacche, russe, albanesi, lettoni amiche di Hanna del Corso di Italiano per Stranieri, tutte con sandali tacco dodici quando andava bene, altrimenti zeppa alla milanese e stivale pretty woman di vernice fin sopra al ginocchio. Poi c’era qualche famigliola amica o parente di Ciborio con bambini infestanti di tutte le età. I due gruppi stavano in due aree separate del locale trangugiando zuppa di trippa a gogò. I primi in piedi – perché fosse visibile la loro assenza di ‘trippa’ e ventre piatto – e i secondi seduti – perché fosse invisibile la presenza della loro ‘trippa’ a triplo strato parlante. Nel tramestio e nel lavoro senza sosta di quella sera Ada quasi non si accorse che l’orologio presto segnò le undici meno dieci. Disse ad Hanna che andava via e la donna, mezza ubriaca, le stampò un bacino rosso rossetto sulla guancia dicendole che andava bene. Voleva dire che si scusava per averla chiamata ‘mostro’ forse. Ad ogni modo Ada sorrise e non la odiò più.

Il tempo di rimettersi la maglietta scucita della mattina e i jeans ed era pronta. Giulio l’aspettava già lì davanti. In macchina c’erano tre bottiglie di vino rosso.

Notte

Quando arrivarono Andrea grondava sudore sotto al sombrero colorato che gli avevano piantato in testa e reggeva un ukulele in una mano e nell’altra una canna e un bicchiere di vino. Più che il festeggiato pareva un albero di Natale equo solidale. Li abbracciò forte e li invitò ad entrare. – Prendete da bere e se avete fame forse c’e rimasto ancora qualcosa – disse. Giulio si lanciò sul buffet organizzando una composizione di cibo a forma di torre di Babele mentre spiegava ad Ada che i genitori gli avevano regalato un viaggio in Messico. Uao. Disse Ada, eppure casa di Andrea pareva uno di quegli squat parigini che sgombrano ogni tre mesi perché infondo sono solo appartamenti su pianerottoli di palazzi fatiscenti dove vivono famiglie, vecchi e capouffici squattrinati. Alle pareti c’era il disegno gigantesco di uno squalo che veniva mangiato da tanti piccoli pesciolini. Andrea e la sua combriccola di amici erano quel che restava dei figli dei comunisti degli anni Sessanta. Arricchiti, indie, fancazzisti che non avevano mai fatto niente in vita loro a parte sedersi sulle poltrone degli psicologi di Piazza Navona con vista sulla fontana. Ada non era abbastanza tosta per confessarsi quanto li detestava. C’era il gruppetto di scrittori del Sit che aveva come kapo un rampante figlio di editori romani cresciuto a pane e Tondelli e che adesso teneva una rubrica sul Corriere della Sera. Erano quelli dell‘underground degli anni dieci del duemila. Ossia nessuno. Ma avresti potuto credere che invece no, la sapevano lunga loro. Ogni tanto davano alle stampe – sottobanco in una vecchia tipografia di Piazza del Governo Vecchio per via della loro avarizia – un trimestrale pieno di racconti scritti da maschi, per maschi, con stile maschio. Ada ci discuteva ogni volta che capitava nel loro raggio di attenzione. Era da sola però e finiva solo col farsi ingrossare le vene. Perché poi non si riusciva mica a spiegare una volta per tutte. A Giulio quel genere di conversazioni metteva angoscia e spariva in un lampo. Allora Ada, per l’ennesima volta in quella giornata prese la stessa decisione. Ignorare i suoi pensieri, tornare alle parole-suono e mettere il pilota automatico. Cosa c’era da fare lì? Ballare? E balla allora. C’era una stanzuccia ricavata da una corridoio e qualcuno dondolava timido davanti a due casse elettroniche. Giulio già flirtava con uno dei punkomat figli di papà di cui sopra e allora. A Ada non restava che mettersi a ballare.

E ballò.

Uh, se ballò.

Ballò così tanto che perfino Ester, condita di ACDC – che manco le piacevano – s’era fatta lieve come rugiada.

Forse quella giornata non era poi così male.

Epilogo

Ada dunque ballò.

Ballò come se dai suoi piedi dipendesse il magnetismo terrestre.

Ballò e si divertì moltissimo, parlò con tutti e manco si sentiva ubriaca. Aveva solo la certezza che quel vino facesse schifo. Figurati. Questi si sparavano le pose e avevano davvero il portafoglio gonfio ma da qui a comprare un bolgherino decente ce ne voleva.

Il più odioso del Sit, uno che aveva fama di far scherzi come rubare mutandine nella cesta dei panni sporchi durante le feste per poi fotografarle e metterle su Facebook taggando la proprietaria, uno che si credeva tanto dritto perchè gli avevano pubblicato una raccolta di racconti, ecco lui proprio, le si avvicinò. Si salutarono mentre ballavano. Ada avrebbe voluto asfaltarlo, come essere umano dico, e invece gli sorrise. Aveva questo problema Ada. Non voleva mai dispiacere a nessuno. E quando qualcuno dispiaceva a lei poi si sentiva in colpa. Non indagava sul perché provasse certe cose. L’antipatia era un male. La diffidenza era un male. E allora gli sorrise. Lo conosceva poco infondo. Una volta, un paio di anni prima, a una festa, lo stesso soggetto aveva tentato di baciarla. Ada gli aveva riso in faccia e se n’era andata senza dire niente. Erano reazionari al contrario quelli e Ada li temeva perché occupavano piccole e ricattatorie posizioni di potere nell’universo di gente che frequentavano lei e Giulio. Anche lui le sorrise. E le si avvicinò. Ada con la scusa del ballo provò a spostarsi ma quello le si fece sempre più vicino. Allora si arrese. Chiuse definitivamente gli occhi e continuò a ballare ignorandolo.

– Tu puzzi.

Ada si arrestò.

La stanza si fece di colpo rovente. Dopo quella sentenza il ragazzo si allontanò spedito. Ada lo fissò mentre sgattaiolava lesto tra i danzanti. L’impianto di luci accendi-spegni casalingo la lasciò definitivamente sola e ferma sul posto. Intorno tutti continuarono ad agitarsi come se il mondo fosse lo stesso di prima.

Solo che la musica non c’era più.

Le sue ascelle con qualche sparuto pelo di ricrescita dalla rasatura precedente erano state scoperte. Facevano acqua come tutto il resto. La ragazza provò a chiudere i condotti ma niente. I rubinetti giravano a vuoto, spanati. A grossi fiotti l’acqua sommergeva ogni cosa. I corpi degli altri ondulavano felici al rallentatore dei liquidi di Ada.

Annegati e ridenti.

Andò in bagno attraversando la stanza senza respirare. Si sciacquò la faccia con quel misto di senso di colpa e di senso di colpa per il senso di colpa. “No more tears” diceva la reclame del bagnoschiuma Johnson and Johnson, lì accanto allo specchio.

Intanto Giulio era sparito. Sul divanetto, dove l’aveva visto strusciarsi col punkomat un’ora prima, restava solo lo zaino con dentro i vestiti da lavoro e la felpa che sapeva di fritto. Se lo mise in spalla e mentre stava per uscire dall’appartamento notò che il sombrero di Andrea giaceva in un angolo sfilacciato e mezzo rotto.

METAFISICA DELL’ESTATE

Capitan del gran valore:
volta la carta
e trovi un bel fiore.

Con l’estate arrivava Sofia. Parlava diverso. Il suo nome aveva una lucina dentro. Come il rettangolino di sole sul muro a persiana chiusa, che fuori è mattina e la mamma prepara i panini per il mare. Quando mia sorella pronunciava il nome ‘Sofia’ sentivo un guizzo nello stomaco. Il costume da bagno dell’anno scorso riappariva in tutta la sua lucentezza. L’odore di salsedine l’aveva reso un oggetto appartenente a un mondo magico. Lì, dentro quell’odore di gioia umida e gridata, regnava Sofia. Quando mio fratello diceva ‘Sofia’ un fiore che sapeva di caramelle mou mi germogliava, arrampicandosi, dai piedi alla bocca. E m’inebriava.

Sofia era la figlia di un’amica di mia madre. C’entrava il sangue, un tempo, con l’amicizia. Quando si combaciava col cuore si faceva in modo che la sorellanza fosse fatta di carne. Mia madre e Rita, la madre di Sofia, erano state separate dai loro rispettivi matrimoni e ancor prima, da una lieve ma decisiva differenza di classe sociale. Rita, figlia unica, era andata all’università e si era laureata in Legge mentre mia madre, che aveva ben tre fratelli maschi, era riuscita a stento a finire le scuole elementari. Erano cresciute insieme, nella stessa via e questo le univa ancora. A metà degli anni Settanta anche Rita lasciò perdere il suo cum laude e si sposò. Senza aver mai messo piede in un’aula di tribunale, peraltro. Rita era stata la testimone di nozze dei miei genitori e il puro legame metafisico si era fatto istituzione. Quando ancora non c’era il telefono Rita e mia madre riuscivano e percepire la fibra di tempo in cui s’erano fatte forti e si reggevano ad essa, strette, senza mollarla mai.

Un bel fiore che sta in giardino;
volta la carta e trovi:
un canarino.

Per tutta l’estate io e Sofia avevamo un’unica missione: passare insieme più tempo possibile. Quando tornava al paese Sofia era senza mamma e senza papà. La mandavano da nonna Concetta perché si svagasse. Alla fine anche Sofia era figlia unica e viveva tutto l’anno in un paesino dell’Aspromonte. Le poche volte che andavamo a trovarla – rare occasioni di nascite, morti o sposalizi – Rita ci portava a fare il giro di quelle quattro case gettate a casaccio sui pendii. Qui c’era un vecchietto che faceva il calzolaio ma era morto due giorni prima. Più avanti c’era una famiglia che era dovuta emigrare per lavoro, e lì, dall’altra parte della strada, viveva la maestra della scuola elementare che però le avevano trovato un brutto male ed era dovuta tornare a Reggio Calabria per farsi curare. La morte era una cosa vera come una mela. Meglio che non ci pensavo, dicevano. Quando chiedevo qualcosa sulla mia morte rispondevano sempre che se non mi sparavano in fronte non sarei mai morta. Mi rincuoravo ma lo sapevo che potevo morire. L’avevo visto negli occhi di mia madre quella volta che ero caduta dall’altalena spaccandomi la testa. Mi aveva lasciata guardare la TV per tutta la giornata, dopo il fattaccio, dandomi da mangiare un sacco di cose buone e soprattutto accarezzandomi come non faceva mai.

Non era poi così male la morte.

Un canarino che porta un cartello,
volta la carta e trovi:
un uccello.

Sofia era una bambina mite e addomesticabile. Faceva tutto quello che le dicevo io, nonostante avesse tre anni più di me. Certo, se giocava mia sorella – cosa di bramata rarità – Sofia vedeva e ascoltava solo lei. Ma lo capivo. Era grazie a mia sorella che le spazzole per i capelli diventavano microfoni, lo specchiera grande della camera da letto si trasformava in uno studio televisivo dove guardare dritto nella videocamera per vederti ballare e cantare esattamente come ti avrebbero visto ballare e cantare le persone a casa davanti alla TV. Mia sorella aveva scoperto ‘Fame’ (quello bello, americano), il rossetto (che nascondeva nel buco della luce in ascensore), le scarpe col tacco (che facevano toc toc quando camminava) e i baci (dei maschi). Mia sorella era la nostra guida e senza di lei potevamo solo fare cose ripugnanti. Come andare a caccia di lucertole, raccogliere fiori e intrecciarli, giocare a ‘la sposa del vento’ (ossia attaccarsi un velo in testa e riempirlo di foglie appiccicose di falsa ortica andandosene in giro per le strade del paese senza alcuna vergogna), potevamo accontentarci di Kiss me Licia o giocare con le bambole. Insomma, poca roba.

Un uccello che becca il grano;
volta la carta e trovi:
un villano.

Una volta mentre giocavamo a ‘La sposa del vento’ ci accorgemmo di un uccellino caduto dal nido e che agonizzava al suolo. Anche quell’uccellino aveva visto la morte. E ora se ne stava lì, con gli occhi spalancati, supino, le braccia rinsecchite. Sofia non lo voleva nemmeno guardare. Io pensavo non ci fosse occasione più ghiotta per toccare la morte e capire di cosa si trattasse. Il vento muoveva le piumette dell’uccello e nell’angolino lì dov’era caduto non ci poteva rimanere, dissi a Sofia.

– Qua passano i gatti, se lo mangiano.

Al pensiero dell’esserino inghiottito da un gatto anche Sofia si fece coraggio. E così decidemmo di seppellirlo. Scavammo una buca con un cucchiaio trafugato dalla cucina di nonna Concetta e vi deponemmo le spoglie del povero passerotto che rischiava grosso anche da morto. Con due legnetti piuttosto dritti costruimmo una croce, legando il centro con un gambo di fiore e ce la piantammo sopra. Forse dicemmo perfino una preghiera. Poi provammo ad allontanarci. Ma.

– Come si fa a stare sotto terra?

Sofia non rispondeva. Potevo riconoscerle sul viso la paura di quello che di lì a poco l’avrei costretta a fare. Tornammo indietro. Non era possibile. Quell’uccellino là sotto, che faceva? Non ci credevo che sarebbe rimasto immobile, costretto lì al buio, senza volare. Avrebbe dovuto riaprire il cumulo di terra e spaccare la croce in mille pezzi. Piuttosto. Ma quando tornammo indietro il cumulo era ancora lì, con la croce piantata nel mezzo. Allora dissotterrai il cadaverino. Sofia cercò di impedirmelo. Ma lo avrei fatto solo una volta, promisi.

– Voglio solo vedere com’è adesso.

Era uguale a prima.

Un villano che zappa la terra;
volta la carta e trovi:
una guerra.

Sofia era fortunata a non andare a scuola dalle suore. Diceva che al paese suo non c’erano. E lo diceva con dispiacere e io non lo capivo. Le suore ti facevano fare tante cose inutili e noiose come la preghiera la mattina prima delle lezioni, la preghiera prima di mangiare, il rosario nel mese di maggio, l’adorazione di Gesù Bambino le settimane prima di Natale. Il presepe delle suore era horror. Avevano delle statue gigantesche, di legno, e il gioco di luci della loro cappellina pareva far respirare e muovere impercettibilmente buoi, asini e sacra famiglia. Mi spaventava. Non c’erano pecore, pastori, venditrici di pane o pescatori come in quello che facevamo noi a casa. Se il presepe delle suore cantava Gloria in excelsis Deo, il nostro vociava come il mercato del sabato mattina. Ecco, quella del mercato era la mia guerra. Quando ci andavamo con Sofia, mia madre era sempre nervosa. Sperava che i nostri desideri restassero al pollo ruspante che rosolava nel girarrosto del macellaio o a un paio di calzette coi cuoricini. Cose utili insomma. E invece noi volevamo sempre l’inutile ingiustamente costoso che la faceva tanto innervosire: bambole, scarpette per bambole, vestiti per bambole, cerchietti con le paillettes, smalti per le unghie, finto cibo per finti tè in tazzine rosa shocking. Aveva ragione mia madre, ma facevo lo stesso la guerra. Perché il desiderio di ottenere ciò che non avevo dava misura al mio esserci. Desiderare era esistere. Altrimenti ero l’uccello sepolto che non spaccava la croce volando via dal suo cumulo.

E non ci volevo stare al buio.

Una guerra con tanti soldati;
volta la carta e trovi:
i malati.

Non c’era verso però di scoprire cosa fosse veramente la morte. Tutte le estati io e Sofia ci ritrovavamo a vagare pei dintorni casalinghi di nonna Concetta. A una a una le piccole porte di legno massiccio col battaglio di cemento si chiudevano per non riaprirsi mai più. Erano case spuntate sulle pietre massicce che le viuzze in salita e i gradini di sanpietrini sconnessi, non avevano toccato. D’autunno quei grossi massi incastonati nei muri delle case si coprivano di muschio ma Sofia non lo poteva vedere perché lei veniva solo d’estate. Facevamo dunque la conta delle case che rimanevano vuote. La prima a morire fu Tommasina, una vecchia bisbetica che ci sgridava senza requie e senza alcuna ragione. Era convinta che i bambini fossero un flagello divino ed esistessero solo per essere sgridati e maltrattati. Tommasina viveva da sola in una casa buia dove una volta avevamo visto un topo passare da una parte all’altra della stanza.

– Tommasina, vedi che è passato un topo qua adesso, da là a là.

E indicammo la traiettoria precisa compiuta dall’animale. Ma Tommasina era vecchia, non adulta. E ci rispose che erano gli occhi nostri. Non c’era nessun topo, piccole intriganti che non eravamo altro. Quando lo raccontammo a mia madre ci disse di andare lo stesso da zia Tommasina, che era tanto sola, poveretta, ma di non mangiare niente di quello che ci metteva davanti.

I malati che stanno nei letti;
volta la carta e trovi:
i confetti.

Era difficile però resistere ai confetti. Perfino a quelli che ci offriva Tommasina, anche se erano duri come la pietra e – maledizione – sempre con la mandorla. Mai una volta che fossero col cioccolato. E io e Sofia lì, deluse, a far compagnia a una vecchia quasi cieca mangiando confetti alle mandorle al posto del cioccolato. Quale disgrazia poteva essere più amara? Sofia diceva che quando si sarebbe sposata lei, niente confetti di mandorle. Avrebbe scelto solo quelli di cioccolata. E tu?

– E io cosa?

– Tu che confetti vuoi?

– Io li voglio morbidi, che non devi aspettare che lo zucchero finisca per sentire il cioccolato.

– Vabbè ma così non sono più confetti.

Mi piacevano pure quelli piccoli e lunghi che lanciavano agli sposi insieme al riso, davanti alla chiesa. Mamma mi sgridava che non li dovevo raccogliere da terra e guai se me li mangiavo.

Povera donna. Si può dire che al ristorante ci arrivavo sazia dei confetti che raccoglievo dappertutto. Prima anche Sofia li mangiava con me. Poi all’improvviso smise. Mi guardava strano quando li sfilavo dalle acconciature a rombo delle signore e me li sgranocchiavo con gran goduria. Sapevano di lacca, in effetti e Sofia faceva una smorfia di disgusto.

Credo fosse legato al fatto che le erano cresciute le tette.

Ma i confetti erano sempre confetti.

Le tette crescevano ma c’era sempre questo problema della mandorla in guerra con la cioccolata.

Avevo nove anni, dovevo fare la comunione e chiesi a mia madre i confetti al cioccolato. Mia madre accordò la mia richiesta e quando diedi i confetti a Sofia lei nemmeno li guardò. Se li ficcò nella borsetta e mi abbracciò.

Per l’ultima volta.

I confetti che son così buoni;
volta la carta e trovi:
i ladroni.

Cosa’era successo a Sofia? Durante i matrimoni lei e mia sorella stavano sedute vicine e parlavano fitto fitto con la mano davanti alla bocca. Sofia aveva gli occhi luccicanti e mia sorella l’ascoltava ammiccando. C’era qualcosa che non andava. Smisi di rincorrere un bambino che non avevo mai visto e che la faceva da padrone con il suo liquidator e tutta zuppa andai dalle due evitando mia madre come la peste. Mi avrebbe obbligato ad attaccarmi all’ asciugatore elettrico del bagno o peggio a tornare a casa a cambiarmi. Mia sorella e Sofia smisero subito di confabulare e mi scrutarono dalla testa ai piedi.

  • Ma come ti sei conciata?

Le osservai guardinga. Uno Sherlock Holmes fatto di tulle.

– Che stavate dicendo?

– Niente di che.

Sofia provava a sorridermi ma non ci riusciva. Avevano un discorso in sospeso e non vedevano l’ora di continuarlo.

– Voglio sapere che dicevate.

– Fatti i fatti tuoi e torna a giocare, pedala!

S’irritò mia sorella. Guardai Sofia. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Sofia si alzò dalla sedia dicendole qualcosa e mi chiese se volevo andare con lei in bagno ad asciugarmi.

Stare con loro. Ecco cosa volevo. Abbassai la testa e mi lascia trasportare dalla mia vecchia compagna di giochi lontano da quel plotone d’esecuzione che era la bocca di mia sorella.

Il bambino con il liquidator ci si parò davanti.

Fuoco!

Adesso anche Sofia era fradicia. S’arrabbiò così tanto che prese il soldatino incravattato per un orecchio mentre io gli sottraevo l’arma trionfante. Gli sparai senza pietà con lei che cercava di trascinarmi via. Poi si rassegnò e andò in bagno da sola.

I ladroni che assaltan la gente;
volta la carta e
non trovi più niente.

Che l’estate era finita lo diceva il cofano della giardinetta del padre di Sofia che era venuto a riprenderla. Caricavano mille buste, borse e fagotti e si preparavano alla partenza tra un caffè e un amaretto. Rita non c’era quasi mai e mia madre pregava suo padre di salutarla. Si augurava che stesse bene. Stava bene, solo che le cose da fare erano sempre tante e non era riuscita a venire.

L’anno del matrimonio acquatico fu l’ultimo in cui Sofia trascorse le vacanze da noi. S’era fatta grande, dicevano sopra la mia testa in un valzer di ammiccamenti e allusioni che non capivo. Mi faceva rabbia quest’abbandono. Adesso che la domenica potevo finalmente fare anch’io la comunione, Sofia spariva.

L’estate seguente non arrivò nessuna giardinetta. Sfiancai mia madre perché telefonasse a Rita e si facesse dire dove si fosse cacciata Sofia.

– Al mare con le amiche di scuola.

Rispose.

Ma anche qui c’era il mare.

A poco a poco la lucina del suo nome si fece fioca come quella di una lucciola in trappola sotto un bicchiere. Che ne sarebbe stato di me? Pensavo mentre gironzolavo randagia nel cortile del condominio. Certe volte mi portavo una palla e cercavo di finire quella coreografia sempre più difficile di lanci contro il muro ed azioni velocissime prima che la palla tornasse indietro.

Un giorno ci riuscii. Arrivai alla figura dieci – salto, battimani e giro su stessa – ripetuta di seguito per dieci volte.

– Io so la continuazione.

C’era la ragazzina dell’ultimo piano lì accanto a me. Si chiamava Iole e l’avevo incontrata una paio di volte sul pianerottolo. Sua madre portava dei grossi occhiali da vista e una borsa di pitone. Non rideva mai e mi faceva tanta paura.

Offrii la palla a Iole.

Anche lei aveva le tette ma non erano come quelle di Sofia, lei era tutta bella tonda. Come me. Stava crescendo, ma non così in fretta. Ancora non le era successo niente.

Sorrisi.

Non era proprio successo niente.

Poesia nel testo: “Non c’è niente” in Nico Orengo A-ulì-ulè. Torino, Einaudi, 1972, p. 84

LE GELOSIE

Venne Lidia ad aprirci, la padrona di casa. Quando il cuore le reggeva faceva l’attrice. S’era messa il suo vestito rosso coi pois bianchi e in mano aveva dei calici sbeccati. Era piccolissima. Alta quanto me, voglio dire, ma con almeno dieci centimetri di zeppa. I suoi occhi erano arabi e verdi. Da palcoscenico. Però si vedeva che qualcosa era andato storto anche a lei.

Pure quella volta entrai in casa d’altri con ottime referenze: Mattia. Era stato più volte al centro dei miei giorni e dei miei inchiostri, Mattia. E si era mutato in molte cose. Sconosciuto, amico, amante e poi di nuovo sconosciuto e ancora amico. Per amante ora aveva Renato. E mi piacevano all’infinito. Una volta Mattia se ne andò in Islanda per un anno intero e durante tutto quel tempo scrissi una specie di diario sentimentale in cui gli raccontavo tutto quello che non potevo dirgli mentre era via. Tentai di rifilarglielo al suo rientro ma niente era rimasto uguale. Quel diario Mattia non ha mai voluto leggerlo. In seguito scoprii che alcuni psicoterapeuti danno da scrivere ai propri pazienti tutto quello che non riescono a dire a chi amano. All’epoca non me lo potevo immaginare che stavo compiendo un atto terapeutico. La mia idea di psicologo poteva al massimo attingere a qualche film di Woody Allen. E infondo non ricordo nemmeno se fu davvero terapeutico. Sono passati così tanti anni.

Ma cosa dici? Saranno tre o quattro al massimo.

Mi fa ridere Mattia. I suoi occhi da cerbiatto. Vigili, mansueti, sfuggenti. Sono passati quindici anni ma quando glielo dico, soprattutto in presenza di altri, mi risponde sempre così. Mi piacciono quelli che mi fanno ridere con poco. Senza parolacce, senza calpestare gli altri, senza cinismi. E Mattia è così. È sempre stato così. Forse per questo ho creduto di essermene innamorata quando mi ha respinto un anno dopo esatto che lui aveva creduto di essersi innamorato di me e io l’ho respinto. E invece.

Lidia che fa gli onori di casa. Una manciata di camere all’ultimo piano di un vecchio edificio nei pressi di San Giovanni in Laterano. Una di quelle viuzze dove ci capiti solo se abita qualcuno o se il navigatore satellitare t’impazzisce.

Mi portavo dalla strada questa placida, calma mollezza da domenica romana. L’odore d’arrosto che viene su dai seminterrati e quello rimasto appeso alle saracinesche chiuse delle pasticcerie. Il grigio sterile dell’asfalto senza automobili. I rancori sopiti negli uffici chiusi a chiave. Il tram che si bea della sua giusta lentezza e pare dire che ha ragione lui, ce ne accorgiamo solo di domenica, ma ha ragione lui. La quiete delle domenica di contro al frullatore che Mattia chiama la sua ‘automobile’. Con gli interni pezzati. Pezzati. Già. Mattia ha, per macchina, una piccola jeep con gli interni pezzati. Di pelo vero!

La casa di Lidia è di una luminescenza aliena. Acceca. Eravamo all’ultimo piano e il sole si espandeva come una meringa. La cucina, piccola piccola, d’immenso aveva questa terrazza. Come il soggiorno poco più avanti. Due ragazze e un ragazzo fanno capannello a pelare patate. Ridono. Ho portato una crostata di visciole comprata in pasticceria perché a casa mia non mi sento a casa mia. Voglio dire che di solito le faccio io le crostate. Ma non stavolta.

Sara, Romina e Mario, così si chiamano gli addetti alle patate, mi porgono le mani senza smettere di sorridere, scusandosi per l’amido in cui sono immersi. Vado da Lidia a cercare un coltello. Vorrei mettermi a guardare il panorama ma temo di autoescludermi, di fare la Madame Bovary della situazione, di ricalcare uno stolto pattern cinematografico. Il consumato ‘lasciatemi solo col mio dolore’.

Io sono io – soggettiva – e voi non siete un cazzo.

Ma non sono più quella lì. Vivo in una grande città adesso. Vivo in una grande città che non conosco. Vivo in una grande città che non conosco e che mi da l’opportunità di iniziare di nuovo. Guardo Mattia. Di nuovo, con Mattia. Come quindici anni fa.

Non ci provare! Saranno passati al massimo quattro anni!

– Certo, certo.

Con un coltello finalmente in mano mi unisco alla compagnia tagliante. Mattia è addetto al vino invece. Si rolla una sigaretta e ci riempie i bicchieri.

Romina mi piace. Colori accesi e senza ninnoli. Maschile. Ha due figli e pochi anni più di me. Fa la sarta. I suoi occhi sono piccoli e nerissimi. Quando ride diventano chicchi di caffè. Mattia e Romina hanno fatto insieme la scuola per diventare sarti. Mi sa che Romina l’ha finita e Mattia no. Non si capisce mai molto bene come finiscono le cose di Mattia. È chiaro l’attacco, poi il finale è ad libitum. Ha tanto spazio dentro, Mattia. Come se milioni di anni fa un uragano avesse sradicato tutto quello che c’era e adesso, dove era brullo, qualcuno avesse piantato un’enorme distesa di salvia. Puoi toglierti le scarpe dentro Mattia e camminare su quel velluto odoroso che è la sua attenzione.

– E’ più chiara del normale questa salvia, o no?

– Hai ragione, pure io ricordo che la salvia è più scura. Chissà che ci combina Lidia con le piante.

Mi sorride e continua a cercare salvia e menta da aggiungere a qualche suo strano timballo. Lidia ha preparato una marea di cose buone ma nonostante questo è preoccupata che non basti. Aspettiamo tanta gente tra cui ben quattro bambini. Bambini? Oh no. Non ci devo giocare per forza, vero? Ho sempre trentadue anni. Posso anche decidere una buona volta che i bambini mi fanno orrore. E invece.

Sara mi dice che è una Visual. Ecco, lo scrivo maiuscolo per vedere che effetto fa. Non credo di sapere cosa sia. A differenza di Romina lei non sorride tanto facilmente e nasconde gli occhi dietro gli occhiali da sole per tutta la durata del pranzo. È stata anche la prima ad andare via. Capelli rossi di quelli che si dicono rossi ma in verità sono arancioni. È bella Sara. Lo sa, ma non ne è mai troppo sicura. E questo le fa bene. La fa restare con noi almeno la durata del pranzo.

La tavola intanto è stata imbandita su una tovaglia legata ben bene con delle mollette per il bucato. Sole e vento di Roma, cuocici e redimi tutti i nostri peccati. Fammi dimenticare da quali giorni vengo. Rialzami dall’asfalto dove altre domeniche, prima di questa – tante, infinite domeniche – mi hanno investita come giganteschi tir pieni di mondezza. Prenditi tutto. Il tempo. Il riso. Il piacere di ascoltare. Stesse domande e diverse risposte. Sole, sole, sole.

Ecco che arrivano i bambini. Tre sono fratelli e sorelle. Una quarta è sola soletta e si attacca alla gonna della madre. Cominciano subito a farsi i fatti loro senza di noi. Fabio, un frugoletto di quattro anni e mezzo, saltella tra le gambe di questo popolo puzzone di adulti. È perfettamente a suo agio. M’insegna un sacco di cose guardarlo. Prende una manciata di fave dal tavolo e si mette a offrirle con fare esperto. È dolce. Con lui vorrei tanto giocare.

Rossella lavora con Mattia invece e ha il volto di un elfo. I capelli fermi e cortissimi tengono il suo vestito a fiori svolazzante come il gambo di un ciclamino a testa in giù. Ha mal di testa oggi, ma è quella che sorride di più. Scrive anche lei. Per guadagnarsi da vivere fa il lavoro di usciere, ma poi quando torna a casa scrive. Già mi piace. Il suo mal di testa non ci terrà separate per sempre. Vedrai Rossella, ti ritroverò.

Arriva Ubaldo. Credo di averlo visto in un film ma non glielo dico perché non ne ha bisogno. Annuncia subito che deve andare via fra due ore perché è in scena al Teatro delle Bottiglie. Per la serie: e al popolo? Mangerà in fretta e andrà via. Annuncia di nuovo.

Poi c’è il marito di Rossella. Schiaccio una zampa al suo cagnolino e in questo piccolo incidente vedo quella cosa.

– Sei autoriferita, tu.

Il guaito del piccolo Teo è come un pezzo di carne sbattuto sul tagliere che ho per cuore. Sbam! Sei così autoriferita che non l’hai visto. Non osservi quello che hai intorno. Ma solo te dentro quello che hai intorno. È diverso. È molto diverso. Non stai a sentire. Ti preoccupi di restituire la cosa giusta. Vuoi piacere. Gli altri lo sentono e si allontanano perché… chi sei tu, eh?

Come ogni essere umano che si autoriferisce suggello ogni aggettivo di eternità. Cerco una strategia per spostarmi da questa formina con cui la lingua mi dice e m’ignora.

– Stai bene?

Non è vero. Non è affatto vero. Questo sole, questa domanda, Mattia di nuovo, dopo quindici anni. Sotto il tagliere, l’albero.

– Se lo dici di nuovo non ti parlo più.

Sorrido.

Da lontano si vedono le guglie di San Giovanni, tetti e altane di altre case. Sul terrazzo di fronte, poco più in basso, un operaio salda alcune inferriate. Dietro c’è il padrone di casa che dirige il suo lavoro, quello che lui non è capace di fare. Dio mio, viene a me di mandarlo a fanculo, pensa a lui!

La terrazza di Lidia continua anche al piano di sopra, ancora più in alto. C’è una scaletta arrugginita che fa un po’ New York contro gli yuppies e sopra di essa un’altana. Io e Mattia montiamo su. Con noi viene Fabio, il bimbo delle fave. Mi ha conquistata. Sono io che voglio giocare con lui. Sempre. È sempre così. Sono io che voglio giocare con i bimbi però loro non si fidano di me. Ci sarà qualcosa nella mia faccia che proprio non gli va giù. Però grazie a Mattia, Fabio gioca anche con me. Sono emozionatissima. Forse è questo. Quando i bambini ti vedono eccitata si fidano poco. A pensarci è ovvio. Una specie d’istinto. Sanno di non sapere troppe cose e di aver bisogno di qualcuno che gliele procuri. E ne hanno bisogno con certezza. Questo solo sanno. E allora non possono perdere tempo con te che ti agiti. Ne va della loro sopravvivenza.

Poi all’improvviso qualcuno grida TORTA!

Fabio corre giù. Al tavolo si sono sistemati ancora una volta tutti i partecipanti.

Lascio indietro Lei, l’autrice.

Lei non scende per la torta. Resta lì, su quell’altana a guardare gli altri ridere e leccarsi le dita sporche di panna. Lei auto-ri-ferita. Lei sta bene lì. C’è uno schermo che la protegge da quel panorama. È sempre dietro un vetro. Gioca a fare Madame Bovary. Ci ha giocato così tanto con quella futile rappresentazione di sé che ora le si è come incarnata.

Però oggi ci riesco.

La lascio lì.

Torno di sotto, dove si festeggia.

Lidia dice che vuole fare un brindisi. È importante. Tutti stanno zitti di colpo, chi è in piedi si siede. Lei sa come rendere importante quello che dice. Si diverte con serietà. Come se ogni risata risolvesse un pensiero. Lidia solenne è ancora più bella di Lidia indaffarata dietro i fornelli sulle sue zeppe rosse e il vestito a pois.

– Abbiamo brindato un anno fa, quando mi sono trasferita in questa casa e adesso desidero brindare di nuovo al nostro ultimo pranzo qui.

Moti di sorpresa serpeggiano tra i commensali. No. Il sole, l’operaio, il bimbo delle fave, San Giovanni, la macchina pezzata di Mattia. Tutto perduto. Tutto appena trovato e già perduto.

Era successo che il figlio del padrone di casa tornava dai suoi viaggi. Semplicemente. Solo che Lidia teneva fede al suo sorriso, non a quattro mura. Seppur stupende. Sarebbe andata a vivere per n po’ con Romina e i suoi due figli.

Tornai a guardare Lei autoriferita che era rimasta sull’altana. Era indecisa se scendere o no. Diceva che non ce la facevo senza di lei. Che questo era un segnale. Le cose erano impossibili per me. Vedi? Sono impossibili. Diceva.

In cucina c’era già qualcuno che iniziava la lavanda delle stoviglie. Lidia trottava di nuovo in cerca della sua collezione di liquori. I bambini aspettavano il momento fatidico che arriva sempre dopo ogni torta: andare via.

Sara fu la prima a infilare la porta di casa. Poi le due coppie di genitori con rispettivi figli e Rossella. Ci augurammo di rivederci. Fu come alzare la persiana su un giorno di sole.

Eravamo tornati ad essere pochi.

Il caffè borbottava sul fuoco e le tazzine furono messe in fila come soldati sull’attenti.

Si parlò di questo figlioletto del padrone che veniva a reclamare la sua casa. Dell’irraggiungibile quorum che avrebbe dovuto impedire la trivellazione nei mari italiani. Per la prima volta in vita mia ascoltavo e non avevo alcuna voglia né di entrare in quei discorsi né di andare via. Non erano particolarmente brillanti, né felici, né interessanti. Esattamente come me. Non mi osservavo in mezzo a loro né m’importava di capire dove mi trovavo. Mi occupavo solo di stare bene. Lontana dalla connessione internet, dai libri, dalla paura del futuro. Stavo con Lidia che tra un mese doveva sloggiare e si godeva con noi tutta quella bellezza.

Poi anche Mario e Romina andarono via. C’era quasi il tramonto. Finalmente potevo guardare il tramonto a Roma. Non mi era ancora successo. Da che ero arrivata non mi riusciva di scorgere né alba né tramonto.

– Come vi siete incontrati voi due?

Chiede Lidia mentre si toglie le zeppe e si massaggia i piedi.

– Una mattina lei mi ha chiesto un accendino. Per strada. Io stavo leggendo. Eravamo a Perugia e studiavamo lì tutti e due.

Dice Mattia. Quindici anni fa. Non sono poi così tanti. C’è una marea di cose che ancora non ho imparato.

Non so bene come, ma Lidia è arrivata al punto.

– Ho quasi quarant’anni – dice – e non sono abituata a tutta questa solitudine. Voglio condividere. Ho sempre condiviso tutto quello che avevo. Capite?

– So cosa intendi.

Le dico. Ma non è vero. Non so cosa intende. Quello di cui lei parla è solo ciò che ho desiderato, non quello che ho avuto.

– Anche tu sei da sola?

Le rispondo di si. Ma aggiungo che è normale io sia da sola. Negli ultimi anni ho scoperto qualcosa di me che mi ha scaraventato con forza dentro, da qualche parte, al buio. Fino a quel momento ero sull’altana a guardare la vita di sotto e a cercare di entrarci senza muovermi troppo da dove ero. Poi mi sono mossa. Ho fatto male. Mi hanno fatto male. E ora sono qui ma ad occhi chiusi. Mi occupo di sentire il più possibile. Non voglio guardare e basta perché non voglio vedere me stessa e basta. E così mi occupo di sentire. Quando ero piccola sentivo. Tutto. Poi ho smesso.

Lidia mi sorride. Guarda me e poi guarda Mattia. Sorride ancora di più.

Tanto tempo fa, quando io e Mattia eravamo amanti, lui portava questi splendidi orecchini con una piuma azzurra. Si muoveva con grazia e le sue ciglia erano lunghe e affusolate come le sue mani. Quello che sappiamo solo io e Mattia, e che non abbiamo mai avuto bisogno di dirci, è che non siamo stati dei veri amanti. Ci siamo solo trovati e presi per mano.

– E come ti trovi a Roma?

– Bene.

È l’unico posto dove riesco a stare senza desiderare di essere altrove e dove lasciare Lei sull’altana è un’operazione nient’affatto dolorosa. Anzi. Necessaria. Ho solo iniziato a fumare tanto e a mangiare male. Ma per il resto. Sto bene.

Dopo il terremoto che colpì la Sicilia orientale nel 1693, in tutti i monasteri femminili venne costruita un’altana a sostituzione del tetto. Da qui le monache di clausura potevano assistere alle processioni liturgiche restando nascoste e protette dalle gelosie di ferro battuto. Si chiamano proprio così. Gelosie. Tengono lontano il resto del mondo. Sono dure. Arrugginiscono nel tempo.

È per questo che invece di ucciderla, provo a perdonarla, l’autrice. È per questo che ora la lascio lì, sull’altana dietro le gelosie a godersi i tramonti e basta.

Un giorno verrò a riprenderla.

E le sorriderò.

Come Lidia ha sorriso a me.

I DENTICI

Qui una fila di magnolie rachitiche e poi il balcone. Passo e chiudo.

Basso? Hai detto basso?

Basso e chiuso. Antisuicidio.

Dentro sono come limone secco. Ma resto fuori. Con le magnolie che aspettano le mimose. Per fiorire.

Il passato si stende come un tappeto su pozzanghere di sangue. A camminarci è molle e il peso di ogni singolo passo fa brillare il liquore imprigionato. Il futuro poi. Il futuro è colpevole d’ingordigia. Storie, storie, storie. Storie che non inventano nulla e mettono insieme tutto. Tracotanza, dispettoso giocare a mosca cieca su una via fatta di pietre e gradini dove perdo i denti come mia madre.

A otto anni mi tolsero tutta la fila di sopra. Solo quelli di sotto sono i miei.

Solo quelli di sotto sono miei.

I denti.

Quando mia madre e mio padre si sposarono lei aveva già cambiato un paio di dentiere. Vent’anni erano passati. Ed era vera la storia della mosca cieca. Giocava e si ruppe un paio di denti.

L’urto feroce e poi il sapore della pietra grigia tra le scarpe grandi degli altri bambini. Lì, col viso a terra, mia madre. Atterrita. Disperata. Per i denti, ma anche per quella cosa lì, quella cosa che non si chiamava – esisteva? – sì ma non sapeva come era fatta – cos’era? – già, come si chiamava? – come diavolo si chiamava? – era una cosa dolce dove dentro spariva il sangue – cerca di ricordare, mamma – pure il dolore spariva – cos’era? – non me lo ricordo – perchè? – perchè non si chiamava, non aveva un referente nel mondo – si che ce l’aveva – ti ho detto di no.

Conforto.

Si chiamava conforto, mamma.

C’era. Era a te che non l’hanno dato.

Quando hai visto i miei denti hai sentito il  tonfo, poi lo strappo, e dopo il buco nero dove passavi la lingua. Un giardiniere muto e ostinato che senza semi spera di far nascere frutti solo con le carezze. Non sarebbero spuntati mai più. E la lingua allora si mise a scavare. Cercando quella parola.

Te la do io.

Appena la trovo.